Band Of Horses. I veri americani.

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America. Che più America non si può. I Band Of Horses completano l’ascesa nello stardom con il terzo bellissimo ‘Infinite Arms’ (vedi Letterman). Dalla Sub Pop alla Columbia. Dallo status di ottima formazione indipendente a quello di band sulla bocca di tutti. Dagli esordi lunghi otto anni a nome Carissa’s Weird (quando ancora si poteva parlare di sadcore o meglio ancora di chamber pop) alla trasformazione avvenuta nel 2004 in Band Of Horses ad opera di Benjamin Bridwell. Un 32enne paragonato ai grandi del suo tempo quanto ai grandi del passato a cui appartiene per genia musicale. Neil Young e Gram Parsons ovviamente. A 16 anni vola via di casa direzione Tucson, Arizona (“I grew up 1.5 hours way from here in a town called Irmo South Carolina, kind of a suburban redneck place outside of Columbia. My parents were into classic rock, rolling stones. Also soul music, like Otis Redding, James Brown. Modern soul like Manhattan Transfer. I don’t know they got kind of weird in the 80’s. Laughs! I don’t know lots of music did. I guess mostly soul and rock & roll music...”) poi Washington e quindi Seattle. Ecco i Carissa’s Weird che verranno celebrati nel mese di luglio con l’uscita della compilazione ‘They Only Miss You When You Leave: Songs 1996-2003’ e con una eccezionale reunion show allo Showbox di Seattle il 9 dello stesso mese. Nel 2004 nascono gli Horses. Costretti ben presto a cambiare nome. In quel periodo infatti sta uscendo la ristampa su Gear Fab dell’unico disco omonimo di una band di fine anni ’60 chiamata proprio Horses. Tra le fila spicca un giovanissimo Don Johson che ritroveremo qualche anno più avanti come affermato attore.

“Big fans of hardcore, post-punk and Pavement, they spent years playing in bands and working in bars, swapping shifts to make band practices and gigs”. Questi tempi sembrano lontani anni luce. L’esordio ‘Everything All The Time’ esce nel 2006 con una formazione a quattro che prevede anche Matt Brooke. La produzione è di Phil Ek allievo di Jack Endino, e vanta tutto il giro assimilabile e affiliabile alle sonorità dei nuovi protetti: Fleet Foxes, Built To Spill, Modest Mouse e The Shins. Matt Brooke esce per dare vita ai Grand Archives e lasciano anche Tim Meinig e Chris Early. Bridwell non si perde d’animo reclutando nuovi musicisti. Da Seattle alla natìa North Carolina con un pensiero al Midwest (“I was living in the Midwest a lot, living in Minneapolis specifically, and I was listening to a lot of The Replacements and Husker Du, just getting the vibe of that culture there, you know?”). Ancora di più il cuore degli Stati Uniti. Nel 2007 dopo un concerto qualcuno scrive: “But although the previous night’s show was a triumph – a sold-out hour and a half that sounded like the Flaming Lips communing with Fleetwood Mac.

Una grande verità. Il sound di Bridwell e compagni è una sintesi perfetta tra tradizione e sognanti derivazioni che riportano a quegli esordi chamber di cui sopra. Oppure come qualcun altro argomenta: “A straw poll of influences round the Band of Horses table brings up Grand Funk Railroad, Chicago Transit Authority and the formerly unfashionable Traveling Wilburys. Meglio ancora. Bridwell aggiunge: “But listening to stuff back stage, we always bring out the ELO. We like to listen to ELO before shows sometimes. I actually love ELO. Lots of old Waylon Jennings. But all sorts of different shit. Everybody’s got a little different taste, but we all basically agree on what’s good and what’s not”. E’ un lento successo di critica e anche di pubblico. Esce il secondo ‘Cease To Begin’ che irrompe nella Top 40 di Billboard, ancora una volta curato dal fido Ek. Diventano un sestetto. Ed il 2008 è l’anno dei grandi festival (anche europei).

Il 2010 è quello della consacrazione finale. Il terzo album è sempre quello fondamentale per le sorti di una band. Quello che deve avere quel qualcosa in più per innestare la marcia giusta, quella definitiva per la lunga corsa. ‘Infinite Arms’ arriva su Columbia, oltre che su Fat Possum e su Brown label fondata da Bridwell e compagni. Phil Ek non si muove dal mixer. Una co-produzione tra band e produttore. Massimo controllo della propria arte. Il lavoro viene così commentato: “I think of Exile On Main Street by The Rolling Stones. It was an album I grew up with, hearing probably every day. It’s like my dad’s favorite record. We’re huge Ron Wood fans and we actually at the time used to cover a Ron Wood song and it ends up being fucking Ron Wood was the guest so we were just blown away by that”. Una folgorazione anche per il Regno Unito ancora appeso a pantaloni a tubo e adolescenti plagiatori di epoche irripetibili. Il disco entra infatti al numero 21 della chart britannica. Al numero 7 di quella USA.

Le radio mainstream si accorgono di questi ragazzi poco affascinanti, con lunghe barbe della “tradizione” ma dotati di immenso talento. I Band Of Horses fanno sognare. Rimanendo però musicisti con un basso profilo. Amanti del lavoro duro e senza rinnegare la gavetta degli esordi. A chi qualche mese fa gli chiedeva:How did funding yourself work? That can’t be an easy task if you’re not someone like Coldplay”. Loro molto seraficamente rispondevano: “Yeah, it was tough, especially because the record took so damn long to finish”. Figli dell’America. Che più America non si può.

Emanuele Tamagnini

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