Balthazar @ La Cigale [Parigi, 27/Novembre/2012]

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E poi un bel giorno succede che ti risvegli nella ville Lumière, la tua Paris, quella città in cui hai deciso di espatriare e tentare il tutto e per tutto quando dopo mille delusioni accumulate in Italica patria, non hai retto più il colpo. E anche se in realtà sono già circa due anni che ti ritrovi li e le cose non vanno proprio come dovrebbeo andare, sai che c’è comunque qualcosa che ti lega a questa stramaledetta città, dove farsi spazio è senza dubbio difficile ma dove le opportunità di vivere momenti indimenticabili sono altrettanto numerose. Ed è proprio questa la riflessione che si è portati a fare quando, in giornate come quella dell’altro ieri, si arriva addirittura a vincere un invito per il concerto del gruppo che ti spari in cuffia da più di tre settimane: loro sono i Balthazar e questa è la cronaca di un momento magico vissuto e goduto in solo.

Prima un passo indietro. Alle 5:00 pm ricevo un’e-mail dal sito Rebirth – che a quanto pare qui in Francia funziona molto bene –  e che mi comunica che ho appena vinto un’«invitation» per due al concerto della sera stessa alla Cigale. Dunque panico e contentezza: comincio a inviare mille messaggi agli amici di sempre, a quelli su cui puoi senza esitazione contare, ma nulla, nessuno è disponibile ed è forse troppo tardi per pianificare un concerto in serata. Così armata comunque di entusiasmo ed estrema felicità, prendo la mia metro e proprio come Amelie nel suo fantastico mondo di magia e biglietti vinti per caso, scendo ad Anvers e m’incammino sodisfatta e a passo svelto verso la Cigale. Fuori un freddo umido, di quelli classici che ti tagliano le orecchie per poi passare in testa ed assicurarti una sinusite di primo grado la mattina dopo. Quindi nulla, sebbene provo a palesare a più di qualcuno che ho un «invitation gratuite» freddo e scostantezza della gente – che è molto usuale da queste parti e ancor più quando paradossalmente hai qualcosa da offrire senza volere nulla in cambio –  entro e mi aggiudico il mio biglietto, con un piccolo commento amaro al botteghino: “toute seule, madame?” , “Oui toute seule!”, ma sorvoliamo su queste miserie. Oramai sono dentro alla Cigale, ho il mio biglietto gratuito, sono sola e di lati positivi ce ne sono eccome: niente file per prendersi una birra costosa e di bassa qualità che in fondo neanche mi sarebbe andata e che avrei bevuto solo per spirito di compagnia, niente indecisioni o esitazioni nello scegliere il posto migliore per l’ascolto. Io non ho dubbi, conosco a perfezione la Cigale, conosco il suo pavimento che comincia a rimbalzare quando tutti saltano e sopratutto conosco la sua acustica e so, come nella maggior parte dei casi, che il posto migliore per l’ascolto è proprio quello affianco ai tecnici del suono. Quindi voilà mi guadagno la mia «place» anche un pò rialzata e attendo impaziente, mentre timide folle di giovani occhialuti, infinitamente magri, probabilmente work alcholic e infiacchiti da una giornata forse troppo intensa, cominciano ad arrivare assetati di serenità e svago.

Gruppo d’apertura The Van Jets ed è grande delusione. Ma chi sono questi tipi? Perchè producono rumore inutile, simile a The Killers, The Kooks o dei White Stripes versione più casalinga e meno professionale? La risposta è arrivata dopo, quando incuriosita dal frastuono a cui ero stata inavvertitamente sottomessa, sono andata a cercare su Google. Si tratta di una band belga e qui si scioglie l’arcano: era la serata belga e quindi come i Balthazar, anche il gruppo di spalla proveniva dallo stesso paese. E su questo possiamo pure essere d’accordo. Cosi come sono stata piacevolmente sorpresa da qualche video trovato su youtube della band in questione. Ma in live, ragazzi proprio non ci siamo. La delusione richiede che siano spese due parole in merito. Innanzitutto la presenza scenica: un vocalist semi-anoressico ma muscoloso, con viso alla Dario Argento e se il suo intento era quello di fare terrore, presentandosi a torso nudo con pantaloni rosso acetato tipo boxeur in allenamento – da dove tra l’altro, si potevano intravedere tutte le sue timide grazie – l’obiettivo è stato pienamente centrato. Mi spiace, ma rientrate pure in patria e visto che tanto vi siete divertiti a fare le star, parlando in inglese sul palco e lanciando bottiglie d’acqua a destra e a manca, beh tornate pure a giocare a casa vostra e good luck.

Poi finalmente la vera professionalità fatta musica, la qualità del corretto e del suono limpido ed equilibrato, genuino e pulito: mesdames e messieurs i Balthazar. Primo pezzo ‘Fifteen Floors’ e prima ancora che io decida di lasciarmi andare al ritmo della musica, sono autoindotta a farlo, visto che è da subito la piacevole sensazione del pavimento che vibra sotto i piedi, impedendoti ogni sorta di staticità e solo spostando un attimo lo sguardo mi rendo conto che  anche il più timido dei mingherlini stakonovista made in Paris è li che porta la sua testa avanti ed indietro come il più violento dei rapper nero-americani. L’atmosfera è cazzuta, sembra quasi di essere ad un concerto dei Gorillaz di prima generazione e si prosegue più o meno in questo senso per tutta la prima parte in cui i Balthazar propogono i lavori del vecchio album ‘Applause’ – per intenderci quello che qui in Francia è andato per la maggiore. L’ascolto in live, permette veramente di apprezzare le doti di questi ragazzi e si vede o meglio  si sente il buon dono dell’eredità di un passato come gruppo spalla dei dEUS. Loro, d’altro canto, appaiono tutti impegnati, testa bassa e l’unica ragazza del gruppo che è al violino e ai sintetizzatori, si nasconde dietro una maxi felpa nera e cappuccio in testa, salvo poi scoprirsi e rimanere in un’elegante camicia bianca stile Richelieu al momento della presentazione dei brani del nuovo album: ‘Rats’, uscito circa due mesi fa qui in Francia e che personalmente mi sparo in cuffia ogni giorno da più di tre settimane. Primo tra i brani eseguiti ‘The oldest of sisters’ e poi la key track  ‘Sinking Ship’ e l’atmosfera muta subito in un clima più caldo ed  amichevole. E’ come se loro stessero lì a dirti: il mondo ti delude? Usa la tua immaginazione e prova ad uscirne fuori. La fantasia è molto meglio, dai un’occhiata alla nostra. E aldilà di questa proposta concettuale con cui si potrebbe essere più o meno d’accordo, ancora una volta è la musica a stupire: in fondo gli accordi e le melodie sono elementari, ma nonostante la loro estrema semplicità, il tutto risulta stranamente nuovo, mai ancora udito e in qualche senso testimone dello spirito del tempo. I Balthazar in fondo sono un gruppo come raramente in questi ultimi tempi capita di trovare, gentili e mai troppo sfacciati, dei buoni d’animo che propongono con semplicità il loro modo di stare al mondo. Pezzo in chiusura ‘Any Suggestion’, sempre tratto dall’ultimo album ed è proprio a questo punto che, per uno strano gioco di parole, ci si rende conto che non c’e proprio alcuna “suggestion” da avanzare, i ragazzi sono bravi cosi, sono sulla loro via e guai a deviarli da questo, si spera, prolifico percorso. Nulla da aggiungere. Bene ed elegante anche la presenza di Maarten Devoldere, uno dei due vocalist, solo fisicamente simile ad un Chris Martin di noi altri, ma oserei dire con l’aria molto più saggia, da artista un pò confuso ma assolutamente dentro alla sua musica e al suo lavoro. Poi ovviamente l’inevitabile bis con altre tre canzoni ed il brano in chiusura definitiva ‘Blood Like Wine’. E lì un piccolo e personale sussulto al cuore, per me e per i miei ricordi un pò tristi a malinconici a cui legavo questo pezzo, quando circa un anno fa ero solita ascoltarlo in loop. Ma poi anche una nuova consapevolezza: quella di aver finalmente superato il buio dell’epoca e di essere infine riuscita a starmene un pò più serena proprio grazie alla buona musica e a pensieri gentili, come direbbero i Balthazar “like rats living in a sinking ship”. Grazie ragazzi, continuate così e portateci – come solo voi sapete fare – la vostra confortante verità proveniente da uno strano mondo incantato.

Daniela Masella