Balmorhea @ Wishlist [Roma, 26/Marzo/2018]

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I Balmorhea sono una delle band più interessanti del filone rock strumentale e minimalista. Fondata ad Austin nel 2006 dai polistrumentisti Rob Lowe e Michael Muller, ha realizzato per la Western Vinyl sei album in studio, un live e due EP. Musicalmente mischia post rock e musica classica, creando un suono raffinato, delicatamente stratificato e dal sapore pastorale. Raccoglie l’eredità di gruppi come Rachel’s e Stars Of The Lid e segue un esempio ampio e trasversale che va dai Tortoise ad Arvo Pärt, passando per John Cage e Claude Debussy. Il pretesto per rivedere il sestetto su un palco romano dopo anni di assenza, è la promozione dell’ultimo album, che si chiama “Clear Language”, risale al settembre del 2017 e giunge a cinque anni dal precedente. Con Lowe e Muller che si palleggiano dall’inizio spunti, idee e strumenti troviamo attualmente: Aisha Burns al violino, Jeff Olson batteria e vibrafono, Sam Pankey contrabbasso e basso elettrico e Nino Soberon chitarra e violoncello. L’apertura è affidata alle visioni eteree del chitarrista tedesco Martyn Heyne, membro aggiunto della formazione live degli Efterklang ed autore dell’album d’esordio solista “Electric Intervals”, per 7K! nel 2017. Il concerto era inizialmente previsto all’Evol Club, ma ha avuto un cambio di location a causa della chiusura forzata e temporanea della struttura. L’ordinanza del municipio resta in vigore fino al 3 aprile ed è avvenuta a seguito di alcuni episodi verificatisi nei dintorni del locale, coinvolto seppur estraneo ai fatti. Il Wishlist ha accolto degnamente l’evento, offrendo riparo all’organizzazione.

Alle 22:45 la band sale sul palco. L’accoglie una sala gremita, attenta e premurosa. Il pubblico è tutto per loro e lo dimostrerà mantenendo un rispetto ed un’attenzione quasi religiosa per tutto il set. Non c’è stato nessun brusio neppure nei pressi del bar. Lowe è seduto con una Nord Electro davanti, che nell’arco della serata userà egregiamente come synth, piano elettrico, rhodes ed organo. Altrimenti imbraccerà la chitarra acustica e quella elettrica. Muller suonerà la chitarra elettrica, l’acustica, Il basso elettrico ed il banjo. Cambierà spesso accordature e userà effetti per creare diversi drones. Olson percuoterà i tamburi senza mai picchiare troppo, farà del suo meglio con il vibrafono e si cimenterà anche con un korg. La Burns a volte infiammerà il suo violino ed in altre lo accarezzerà dolcemente. Armonizzerà con una voce meravigliosa in alcuni brani ed agiterà le percussioni in altre occasioni. Pankey è un uomo grande e robusto. Quando suona il contrabbasso lo fa guardandolo negli occhi e dandogli del tu. Con il basso elettrico mantiene lo stesso aplomb, forse solo un po’ meno risoluto. In un brano da il suo contributo anche al korg e in un altro al piano. Soberon ha un grande approccio con il suo violoncello e quando è chiamato a suonare la chitarra, lo fa con profonda cura nel suono e nella timbrica. Avrà modo anche di contribuire alle armonizzazioni vocali e alle percussioni. Lo scambio continuo di strumenti ed atmosfere ha un grande impatto nel live, sia a livello scenico che in quello pratico e formale. “Clear Language” apre la setlist e funge come una lunga introduzione verso una profonda esplorazione introspettiva, seguita dal groove ipnotico di “Sky Could Undress”. Lowe ringrazia i presenti. Il tempo di rimescolare le carte e “Masollan” fa salire l’intensità dell’esibizione, grazie all’uso avvolgente degli archi. Verso la metà del brano, Muller posa l’acustica e prende il basso elettrico, mentre Olson lascia il vibrafono e si siede dietro la batteria. Parte un beat sempre raffinato ma più incalzante e con un’accezione quasi bucolica. Lowe si abbandona ad una dichiarazione d’amore nei confronti di Roma e poi lancia “The Summer”, che si consuma intima e soffusa, sorretta dall’arpeggio della chitarra elettrica e dalla solennità degli archi. “Baleen Morning” risale a dieci anni fa. Lowe lo sottolinea in fase di presentazione e ci scherza su. Il riff del piano è semplicemente meraviglioso, ma tutto è particolarmente delicato ed elegante, tanto che l’intervento finale della Burns non fa altro che sublimarne al meglio la chiusura. “Behind The World” invece è dell’ultimo album e sfoggia un beat digitale lento ed indolente, che l’accomuna a certa elettronica tedesca di confine. In “Jubi” sia Lowe che Muller prendono le chitarre elettriche. Olson suona con le spazzole, Pankey è al basso elettrico e Soberon e la Burns agitano percussioni e armonizzano con le voci. Tra l’altro Aisha mostra una voce, che si insinua fino a sfiorare territori lirici, in un brano che si snoda tra americana e post-rock. Applausi convinti. Lowe ringrazia in maniera sincera Heyne, meritevole di fare grande musica ed aprire i loro concerti. Quindi prende la chitarra acustica, mentre Muller imbraccia il banjo. Con “Bowsprit” siamo ancora nelle profonde lande statunitensi, ma con sospensioni classicheggianti e riavvii in crescendo, cadenzati dall’uso di colpi secchi di rullante e timpano. In realtà sembra sempre che stia per deflagrare, ma senza che ciò accada mai. Per eseguire “Dreamt” rimangono sul palco in tre: Lowe al piano, Muller e Soberon alle due chitarre elettriche. Prima troviamo accordi di piano minimali ed effetti di chitarra, poi l’arpeggio leggero della sei corde su drones di sottofondo ed infine tutto insieme ad incastro. In “Night Squall” ritornano tutti al loro posto. Il brano è di grande atmosfera ed ha una bella dinamica. Lowe durante l’esecuzione lascia l’acustica, si siede al piano e fa partire una bella progressione da cui farsi cullare con garbo. Chiudo gli occhi e m’abbandono. “Shore” si apre con un bell’arpeggio morbido e dilatato, su cui entrano gli archi a delineare il tema, per un susseguirsi di pause e ripartenze, di pieni e di vuoti. Il finale è post rock e l’entrata della batteria genera un crescendo anche disordinato, che poi torna quieto e chiude ciclicamente con l’arpeggio iniziale. Muller ringrazia della presenza e del calore del pubblico, considerando anche che è lunedì e ricorda l’esistenza del banchetto del merchandise nel fondo opposto della sala. L’esecuzione minimale, ipnotica e sognante di “First Light” chiude il set regolamentare, con un mood sospeso e psichedelico, caratterizzato dal suono dell’organo prima e del rhodes poi, oltre alle armonizzazioni vocali della Burns e dello stesso Lowe. Una vera e propria ovazione chiude questi primi settantacinque minuti di gioco. Per il primo bis Lowe risale da solo ed esegue “Waiting Itself”, sfoggiando un suono di piano malinconico e struggente. Muller, Olson e Pankey lo raggiungono e le note di “On The Weight Of The Night” ci proiettano altrove. Sembrano i Codeine alle prese con un organo ebbro di psichedelia sixties, che cresce al massimo d’intensità, per poi implodere improvvisamente, prima di spegnersi lentamente. Per il terzo ed ultimo bis risalgono tutti. Dal pubblico chiedono “Winter”, allora Muller risponde in mezzo italiano che oramai siamo in primavera, suscitando grandi risate. “Truth” è una ballad sostanziosa con una spazialità ed una struttura coinvolgente, oltre alla notevole armonizzazione vocale della Burns sul finale. Applausi scroscianti per novantacinque minuti d’emozioni sincere.

Cristiano Cervoni

Foto dell’autore