Balmorhea @ Teatro dell'Arboreto [Mondaino (Rimini), 1/Maggio/2009]

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La possibilità di vedere i Balmorhea, l’idea di rivedere cari amici, la sospirata piadina al prosciutto, sono state tutte scuse perfette per andarserne a Mondaino, in provincia di Rimini, un paio di giorni approfittando del ponte del primo maggio. L’idea di questo concerto è stata pensata da Simone Bruscia di Assalti Al Cuore, il festival letterario/musicale/teatrale più importante dell’Emilia Romagna. Questo suo nuovo progetto denominato Dimora Landscape, un percorso rivolto al connubio tra suono e paesaggio, dopo aver ospitato i Library Tapes il 7 marzo, propone oggi il secondo capitolo con il post rock della band di Austin. Ma non solo, anzi. C’è anche la presenza di altri due artisti, necessari al progetto, Marco Mantovani e Antonio Rinaldi di cui leggerete sotto.

Prima due righe assolutamente necessarie sul luogo dove si è svolto l’evento. Mondaino è un paesino piccolo, un borgo magnifico sdraiato nell’entroterra riminese, tra i colli romagnoli, paesaggio che ti spacca il respiro. Arriviamo verso le 16 ed il posto ci lascia senza fiato perchè il concerto si svolge in un arboreto, in mezzo ai boschi, nel mezzo del quale c’è un teatro quasi a forma di astronave che ospita eventi artistici (da qui a una settimana anche Hanne Hukkelberg) e che è sopratutto un laboratorio di sperimentazione artistica. L’organizzazione è talmente perfetta che ai convenuti, non più di 150 per limitata capacità di posti, viene offerto un banchetto di prim’ordine di prodotti locali. Al grido di “Viva la patacca!” un barbuto agricoltore dà inizio alla sagra. Sono già in prima linea quando viene distribuito il lardo di colonnata e il formaggio al miele. Farò la spola più di una volta facendo amicizia con il barbogio che mi promette un salume particolare, la “ventricina” opera dei suoi due maiali, Marte e Giove. Una promessa mai mantenuta purtroppo. Particolare che incuriosisce è la tipologia di persone presenti. Ad un evento di musica come questa si presume ci siano solo ragazzi della mia età, che passano il tempo a scaricare dischi di gruppi post rock dalla Lettonia e invece ecco famiglie con bambini al seguito, gente sui 60 anni che banchettano sui prati placidi placidi prima di entrare nel teatro. Mentre i Balmorhea divorano tutto lo scibile caseario io e l’amica Roberta, che ha sopportato con tempra stoica un’imbarazzante colonna sonora in macchina, ci accomodiamo dentro.

La prima parte della serata, alle 18 del pomeriggio, è affidata, come detto prima, ad Antonio Rinaldi e Marco Mantovani. Quest’ultimo ha ideato un progetto denominato “24 ore in 24 minuti” in cui ha registrato per ogni ora della giornata (alle 02.00, alle 03.00 etc) un minuto di suoni esterni in natura. Ha poi assemblato il tutto con dei samplers e rumore bianco vario. Antonio Rinaldi ha messo a disposizione il suo genio con un gioco di luci meraviglioso.Il palco è vuoto, non c’è nessuno tranne un piccolo finto muro dove veine proiettata la luce. Completamente al buio e in silenzio i suoni di Mantovani irrompono nel teatro. Suoni che sono dei non suoni, una composizione di 24 minuti di straniazione, a volte melliflui a volte disturbanti, un magma ghiacciato. Troppo difficile da descrivere a parole, anche i giochi di luce di Rinaldi son qualcosa che va davvero provata per poterne parlare con cognizione. Io ho apprezato smodatamente questo progetto, il conflitto luci/musica, i suoni adattati al paesaggio, il non concerto di Mantovani, il lirismo di certi istanti e la sensazione di non avvenuto che quasi rassicura. Anche perchè l’avverarsi di qualsiasi cosa, in fondo, è una minaccia continua.

E’ l’ora dei Balmorhea. Tre dischi per i texani, tre dischi di culto per chi ama queste sonorità tra Olafaur Arnalds, Sigur Ros meno cerberali e Swod meno dadaisti. Le loro composizioni hanno infatti un retrogusto quasi pop, essendo lo scheletro delle canzoni basato sul pianoforte e sulla chitarra acustica. Esteticamente parlando sono sei nerd devastanti. Capelli con riga di lato, occhialoni neri, camiciuole, jeans con i risvolti in basso. Un’accozzaglia perfetta di cui mi innamoro perdutamente. Iniziano subito con ‘Elegy’ il mio brano preferito dal nuovo disco ‘All Is Violent, All Is Bright’, un duetto danzante tra due chitarre seguito da ‘Baleen Morning’ dove il pianoforte costruisce una tela romantica scintillante a cui convengono gli archi. Sono in sei, c’è un contrabasso, una viola e un violino oltre a chitarra e batteria. La band ringrazia commossa ad ogni fine di brano, la loro musica è quella di note lievi e mai disturbanti. Seguiranno ‘San Solomon’, la morbida ‘Coahuila’, ‘Settler’, ‘March 4 1831’ con i suoi riferimenti folk. Ma al di là dell’elenco sterile delle canzoni quello per cui va ricordato questo concerto sono, oltre alla loro performance assolutamente strabiliante, l’atmosfera tra noi pubblico e loro. Sensazione intima raramente provata prima. Finisce quasi in un ovazione con la band che esce travolta da appluasi e urla. Loro ringraziano ancora una volta, instancabilmente, umili e forse sono le loro parole finali a spiegare la bellezza e la situazione di questa serata magica. “It’s something unbelievable this place, it seems all a dream: to play here, enjoy all the food and drinks you offered, we won’t never be in another place like this”. Umilissmi, timidi, vanno via, anzi no, concedono il bis, altri due brani perfetti. La coda finale affidata al pianoforte è il segnale della fine del concerto più bello degli ultimi mesi. E loro di nuovo ringraziano il posto e la giornata e l’ospitalità. Grazie a voi.

Il concerto è finito, sono solo le 19.30, i Balmorhea sbaraccano, la gente saluta contenta Mondaino, noi invece andiamo a cena con Simone e il maestro Mantovani che tra una pizza e un vino dei colli riminesi ci parleranno dei loro progetti futuri, di Assalti al Cuore, di collaborazioni, dello speciale uso del clarinetto in magma sonori e di tanto altro. Il giorno dopo ci svegliamo, nella camera accanto i Balmorhea russano ancora, noi invece ci avventuriamo di nuovo in mezzo ai colli, perdendoci tra borghi e castelli; senza saperlo finiamo anche nel castello di Gradara, teatro della tragedia di Paolo e Francesca. Il resto del viaggio non interessa a chi legge ma finisce nel magazzino personale dei ricordi indelebili.

Dante Natale

3 COMMENTS

  1. le tue sensazioni sono state anche le mie, viaggio e colli compresi. Volevo solo ringraziare chi ha concepito il progetto del Teatro Dimora, con la sua acustica perfetta. Il concerto, imperniato sull’ultimo album “All Is Wild, All Is Silent”, non credo che riuscirò a dimenticarlo così facilmente: una emozione unica che ho avuto la fortuna di condividere con la persona che amo.

  2. nooooooo non ci posso credere… i Balmorhea a 15km da casa..

    madonna come ho fatto a non saperlo …

    cmq meritate max rispetto per quello che avete fatto.. bravisimi!

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