Balmorhea @ La Scighera [Milano, 2/Novembre/2011]

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La Scighera è un locale che difficilmente rientra nei palinsesti della movida milanese, ma forse anche per questo riesce ad apparire davvero alternativo. In quella Bovisa tanto messa da parte e ora, sembra, alquanto in fermento, mi fa venire in mente il brusio e la frenesia di un pub londinese misti all’allegra ebbrezza di un mesón spagnolo, magari asturiano. Una sala sviluppata intorno all’angolo bar, più sala che angolo, che fa da anticamera alla sala concerto vera e propria: uno spazio invero molto teatrale, pieno di memorabilia come biliardino e tavolo da ping pong, oltre a una piccola esposizione di fumetti temporanea. Ma oggi sembra sia palpabile una certa tensione nel locale. Sarà perché l’occasione non è di quelle che ti capitano tutti i giorni. Sarà perché Rob Lowe e Michael Muller gironzolano tranquillamente per il locale, attivi nel merchandising. Magari anche perché, gettando un occhio alla programmazione, i Balmorhea sono un bel colpaccio. Certo, non stiamo parlando di divi o celebrità, anzi. Ma l’accoglienza è molto calorosa. La sala si riempie in modo convulso e vivace in pochi minuti: gente di tutte le età si accomoda sulle sedie, tipo cinema di paese, altri ancora rimangono in piedi; insomma, c’è il pienone. Visto l’ambiente, un bicchiere di vino è quel che ci vuole per accompagnare lo show. I ragazzi di Austin si fanno aspettare parecchio, prima di iniziare a suonare. Ma finalmente arrivano le 23.20: zitti tutti, lo spettacolo comincia.

La band texana ha saputo fare di necessità virtù. Piuttosto che sbracciarsi per stanare a tutti i costi il nuovo e l’originale, andiamo a pescare a occhi chiusi lì dove tutto è alla portata di tutti. Ed ecco quindi nascere melodie semplici, ma che sanno rapirti e portarti con la mente verso altri lidi. Ora gioia, ora malinconia, ora irruenza e passione: con la drammaticità che li contraddistingue, sanno suscitare con poco emozioni non da poco, cosa di cui ci sarebbe bisogno come il pane. Il tutto senza puntare molto sull’effetto scenico. A parte Rob Lowe: lui sì è l’unico ad avere un animo rock, per quanto la sua formazione sia assolutamente classica. Quando imbraccia la chitarra, le sue movenze si fanno nervose, a scatti: sembra quasi che sfoghi qualche malumore (magari anche per un sound non proprio ben bilanciato, almeno al principio) con improvvise rasoiate di chitarra. Gli altri, più composti ma sempre precisi. E non è gente che dorma sugli allori: le ultime composizioni li spingono verso direzioni più sperimentali, in qualche modo. Lo strumento nuovo, principe di questo cambiamento, è l’enorme vibrafono che hanno alle loro spalle, protagonista di una traccia in cui Travis Chapman (contrabbasso, chitarra), Aisha Burns (violino) e il batterista si incaponiscono in una melodia insistita e intrecciata, che li avvicina a sonorità alla Tortoise. Altrove invece, emergono suoni ormai classici della loro discografia. ‘Settler’ è il brano summa del loro stile: inizio energico, piuttosto debitore dei Rachel’s, in un tripudio di strumenti intersecati fra di loro, con gli archi a dettare la linea ritmica dietro la batteria. Poi, improvviso acquietarsi dei toni e crescendo finale folk da danza irlandese. Un brano coinvolgente come pochi. ‘November 1 1832’ permette loro di sfoggiare anche doti canore non comuni, in un lamento gospel di rara intensità, che non imbarazza mai. È facile appoggiare la testa al muro e lasciarsi trasportare dalla prima inquieta e spettrale, poi dolce e poetica ‘Night Squall’, lasciando la mente libera di vagare e finalmente leggera. Oppure animarsi ai suoni secchi e pungenti di ‘Harm And Boon’, quindi di nuovo scendendo di quota, fino ad arrivare ai velati silenzi di ‘To The Order Of Night’. I membri della band si scambiano gli strumenti con naturalità, senza che la qualità ne risenta. In ‘Steerage And The Lamp’ il palcoscenico è di nuovo tutto per Lowe, con il fondamentale contrappunto degli archi. Benché ottimo, il brano risente di quello che a me sembra sia una specie di fastidio da parte di Lowe, forse dovuto a un brusio che rimane quasi presente, dovuto non tanto alla poca disciplina dei presenti quanto più all’anticamera rumorosa. L’esibizione, non lunga, in fin dei conti (1h 20m circa), si conclude con il solito “esco/entro” preludio alle encores, che sono la già citata ‘Harm And Boon’ e la toccante ‘Baleen Morning’: un gioiello di semplicità, armonia e riconciliazione con il mondo. Sul lato tecnico, credo che il concerto potesse essere migliore. La sala penso sia più adatta a spettacoli di teatro che musicali, cosa che ha pesato sull’acustica. A causa di questo e forse anche per un settaggio non proprio impeccabile al principio, anche loro, i musicisti, sono sembrati a tratti meno fluidi e lineari del solito. E quindi, rispetto alle esibizioni di Londra e Roma, questa si colloca mezza spanna più in basso. Ma ad avercene di band così…

Eugenio Zazzara

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