Balmorhea @ Init [Roma, 27/Ottobre/2010]

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Serata da incorniciare, questa. A pochi metri di distanza, passato e presente si parlano. Due lingue diverse ma affini esteticamente. Da una parte, Michael Rother & Friends, che riportano in terra il monolite del kraut-rock tedesco e offrono uno spettacolo totale, giustamente definito storico. Dall’altra, un ensemble di rara sensibilità artistica che è ormai ben più che una promessa, e a cui è stata riservata un’accoglienza degna e proporzionale ai suoi meriti. Se fortunati sono stati gli spettatori del Circolo, che hanno assistito a uno show forse irripetibile, fortunati siamo stati anche noi all’Init, a ricevere con i dovuti onori questa formazione ormai cult e a godere di uno spettacolo come sempre emozionante e profondo.

Sono passati ormai più di sei mesi da quando li vidi per la prima volta a Londra al Bardens Boudoir (e ci prendiamo il merito di averne parlato forse per primi in Italia a Rimini nel 2009, ndr – leggi). Lì eravamo già parecchi, ma si notava che si trattava della serata di un gruppo di nicchia. Da allora, sembra proprio che i Balmorhea abbiano fatto diversi passi avanti. Almeno a giudicare dalla fila che mi attende davanti all’entrata, a cancelli ancora chiusi. Dentro, la folla è corposa ma non soffocante, cosa che permette di apprezzare la risposta del pubblico all’evento e respirare allo stesso tempo. Luci soffuse, tendenti allo scarlatto; disposizione sul palco quasi a ferro di cavallo, con il pianoforte da una parte e la batteria dall’altro. Al loro ingresso, l’accoglienza è ormai quasi da star consolidate. Loro si schermiscono un po’: nonostante la maggiore notorietà, non hanno smesso i panni dei nerds occhialuti e riservati, e apparentemente impacciati. Ma, dietro le camicie e le cravatte, si nascondono professionisti metodici e preparatissimi. Rob Lowe e Michael Muller sanno suonare almeno tre strumenti, mentre il trio d’archi e il batterista sono navigati rappresentanti del loro strumento, a dispetto della giovane età. La serata pare quella giusta e i nostri si lanciano subito spavaldi, esordiendo con quella che è ormai una loro vera e propria “hit” (termine quantomeno improprio, nei loro confronti). ‘Settler’ è forse il loro brano più dinamico e allegro, tra i più belli di sempre: i Balmorhea gli rendono la dovuta giustizia grazie a un’esecuzione già calda, rodata, come fossimo a metà concerto. Soprattutto nel finale, introdotto prepotentemente dalla chitarra di Lowe, i nostri si lasciano andare, accompagnando il battito di mani con cori, urla, incitazioni. È una serata diversa da quella londinese, che pure fu straordinaria: sono più tranquilli, più carichi, più sciolti. A tradire parzialmente l’esecuzione e a smorzare l’entusiasmo suscitato dal pezzo, un bilanciamento dei volumi non proprio felice: il piano si sente poco e c’è forse un eccessivo squilibrio sulle frequenze basse.

Ma le cose tornano a posto subito al principio del secondo brano: ‘Coahuila’ mantiene il mood su frequenze dolci e positive, un tantino più romantiche, in una sequenza armonica à la Espers. Rispetto all’esperienza londinese, ormai conosco bene tutti i loro i dischi, e il godimento è quindi amplificato. Seguono tre pezzi da novanta da ‘Constellations’. Penso che avrò per sempre un debole per ‘Bowsprit’, forse il brano che preferisco, riconosciuto già dalle prime, esili ghost notes. Brano che non esplode mai, ma costruito su un crescendo lento e inesorabile, avvolgente e teso allo stesso tempo, come se dovesse prolungarsi all’infinito ma anche conoscere un cambio improvviso, che comporta tensione. Il primo colpo di tacco sul pavimento di legno del palco continua ancora a provocarmi un sussulto, mentre lo stacco di piano e archi è il rilascio della tensione e punto di svolta di un pezzo basato su due soli accordi, eppure incredibilmente vario e comunicativo. Stupendo. I toni si scuriscono e si attenuano con ‘Herons’, personale rivisitazione di certo minimalismo di scuola Louisville, nella declinazione For Carnation, salvo poi diventare improvvisamente drammatici con ‘Steerage And The Lamp’.

Muller, e soprattutto Lowe, sono evidentemente i titolari della ditta e ne interpretano quindi il ruolo, ringraziando e annunciando i pezzi. Ed ecco che arriva il brano inedito. ‘Clamor’ (dovrebbe chiamarsi così) mi lascia stupito e divertito. La prima cosa che penso è che questi ragazzi sono riusciti, in un periodo relativamente breve e partendo da una proposta musicale affascinante ma potenzialmente limitata, a realizzare quattro dischi ognuno diverso dall’altro. E anche questo nuovo pezzo parla un linguaggio ancora diverso. Innanzitutto, una partenza di una irruenza e violenza inusitate per loro: la batteria e le percussioni la fanno da padrone, in una sequenza di scatti e ripartenze. Anche l’uso degli accordi è inedito: piuttosto che per sequenze sinuose ma lineari, i nostri propendono per la dissonanza e la poliritmia. Sembra un brano preso da una session con Sufjan Stevens. La curiosità per il prossimo album tende a più infinito. Giunge quindi l’ora di un altro mostro sacro dal passato, ‘Harm And Boon’. Le premesse non sono le migliori: poco prima dell’inizio del brano, Lowe ha problemi con la chitarra elettrica, che proprio non si sente. Al momento dello stacco, non si riesce ancora a capire se tutto andrà bene o no. La smorfia rabbiosa e di liberazione del pianista/chitarrista accompagna il primo accordo e la ripresa veemente del brano, regalando un momento di esaltazione. Spetta poi a ‘Truth’ accompagnare i nostri alla prima uscita dal palco. Neanche il tempo di invocarli che rieccoli già sul palco. Muller riprende la scena con la videocamera mentre il violoncellista prorompe in un “Grazie Roma!” al microfono, oltretutto con ottima pronuncia. Il pubblico in visibilio: è il momento “volemose bbene” del concerto. Muller ammette anche di non aver visto un pubblico così neanche ad Austin. Sarà, ma a noi fa comunque piacere sentircelo dire. Le encores ci regalano l’esecuzione di ‘Baleen Morning’ e ‘Remembrance’, in un concerto forse un po’ breve ma assolutamente da serbare nella memoria. Forse non diventeranno una pietra miliare come i Neu!, ma sono tra i pochi gruppi attualmente in grado di suscitare emozioni intense. E, di questi tempi, non è da tutti.

Eugenio Zazzara

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