Balmorhea @ Init [Roma, 25/Marzo/2013]

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Nel 2010 al Bardens Boudoir nella capitale inglese, e poi nel nostro Init. Nel 2011 è stata la volta del circolo La Scighera, in quel di Milano. A distanza di tre anni, ci ritroviamo di nuovo qui, nel piccolo club romano, a rendere il giusto tributo a una band che può ormai definirsi classica, benché secondo i suoi stilemi lo fosse già fin dall’inizio. Che i tempi siano cambiati e gli anni siano passati, ci vuole poco a capirlo. Se nel 2010 scrivevo che l’affluenza all’Init per la band di Austin era imponente, ora abbiamo battuto tutti i record. La fila davanti al locale raggiunge e supera il centro della strada di fronte e occorre una buona mezz’ora per arrivare al botteghino e iniziare a prendere posto. Un’accoglienza al di là delle aspettative e assolutamente meritata per il sestetto texano. Il locale è gremito ma un concerto di questo tipo va vissuto e ascoltato in posizione ravvicinata. Come testuggine romana, ci facciamo largo tra la folla fino a conquistare le prime file e avere una visuale privilegiata sul palco. Purtroppo ci siamo persi i Vera, ma arriviamo giusto in tempo per assistere all’esibizione dei Mashrooms. Indipendent Rock Orchestra from Italy. Questo è il manifesto che campeggia magniloquente e ambizioso sul sito del quintetto siracusano. Un proclama tutt’altro che secondario, per una band fondamentalmente ancora semisconosciuta. Questi cinque ragazzi, però, dimostrano che a volte non guasta abbondare con le parole, se poi puoi permetterti di farne seguire i fatti. Formazione con batteria al centro, con richiamo tutt’altro che velato a una band come gli Zechs Marquise, la band si muove su sentieri musicali tuttavia diversi da quelli della band americana. Il loro è un progressive con decisi tratti post-rock, e con una ritmica che funziona piuttosto bene. Esteticamente, l’atteggiamento appare quello di una band d’improvvisazione, tanta è la concentrazione che traspare dalle loro espressioni, ma è chiaro che ogni dettaglio suoni come accuratamente studiato. Una performance decisamente convincente e piacevole per questa band. Unico neo: come spesso succede a band “tecniche” come questa, noto una certa tendenza a voler strafare, a infarcire di note, cambi di ritmo, sincopi e controsincopi ogni singola battuta, in modo che ognuna suoni diversa dalla successiva e dalla precedente. Se contenessero un po’ questa tendenza a favore di un maggior gusto per la melodia e per una limitata e sana dose di ripetitività, potrebbero fare cose ancora più grandi.

Con un rapido cambio palco, arriva l’ora della rock orchestra texana. Ormai arrivati al quinto disco (non calcolando il disco di remix di ‘All Is Wild, All Is Silent’), i sei veleggiano tranquillamente verso una serena classicità e forti del loro status di band sì di culto, ma ormai anche popolare. Certo, per un collettivo connotato in modo così netto stilisticamente, si intuisce come la volontà, la voglia di cercare e provare altre strade cominci a farsi impellente e quasi necessaria. E questa è una velleità chiaramente percepibile nell’ultimo ‘Stranger’: disco certamente riuscito e bellissimo, ma sembra quasi come se la band cominci a notare la riduzione progressiva delle frecce nel proprio arco e tenti in tutti i modi di cambiare faretra. Ma cominciamo dal principio. Da ‘Days’, pezzo di punta e singolo scelto dell’ultimo album. Il lento crescendo di questo brano da oltre dieci minuti è toccante, ed è un ottimo incipit per un concerto. Come una marea che inizi a gonfiarsi, a crescere e a espandersi fino a sommergere buona parte della battigia, gli strumenti poco a poco si sovrappongono, si doppiano e avvolgono, in una tesa stasi che porta poi a uno scioglimento ormai classico per la band di Austin: una coda rock arricchita da cori, come ne abbiamo già sentite in alcuni dei loro migliori brani. Il pezzo implode poi definitivamente, richiudendosi in sé stesso in un lento fade out. È poi la volta del brano successivo del disco, ‘Masollan’, che apre ad atmosfere più serene e “in maggiore”, con la sua vena bucolica e quasi country. Al terzo posto abbiamo un caposaldo della discografia dei Balmorhea: ‘Settler’ non ha certo bisogno di presentazioni. Dai movimenti della testa e del corpo, si capisce che il pubblico ormai la conosce bene, e gli stessi membri della band sembrano gioirne, suonandola con la stessa convinzione e passione di sempre, come dimostra il memorabile finale, che strappa grida e urli di fomento dal palco.

Il turnover interno al gruppo è ormai non più limitato ai soli Rob Lowe e Michael Muller (quest’ultimo ancora più in veste “Clark Kent” del solito), ma coinvolge tutti gli altri membri nessuno escluso. Anche la piccola violinista si improvvisa chitarrista per qualche minuto in ‘Fake Fealty’, anche se l’impaccio di chi non è esattamente abituato a quel tipo di strumento è palpabile, ma senza mancare di essere interessante. Gli altri membri sembrano invece perfettamente a loro agio su qualsiasi strumento (il violista ne cambierà tre durante l’esecuzione della sola ‘Days’). Il desiderio di uscire da schemi consolidati, come si diceva poco più su, si fa palese in alcuni dei nuovi brani, particolarmente in ‘Pyrakantha’, dove fanno capolino melodie e ritmi afro-caraibici. L’atmosfera si fa via via sempre più asfittica, finché un Rob Lowe visibilmente in debito d’ossigeno fa esplicita richiesta di mandare un po’ d’aria fresca nella sala, preludio all’esecuzione di ‘Shore’, uno dei brani più scarni e minimali del nuovo ‘Stranger, qui riproposto in versione più orchestrale. La canonica uscita di scena prelude a encores di grande intensità, quali ‘Artifact’ che, con un paio di cornamuse, potrebbe sembrare un adattamento in chiave classica dei Dropkick Murphys e, soprattutto, quella sublime gemma di rara bellezza che è ‘Baleen Morning’, tanto invocata quanto attesa. Senza timore di ripetere quanto già detto in un’altra loro recensione, il termine giusto qui è “rapimento”, per un brano al contempo semplice, immediato e intensissimo. Mi ritrovo affianco una tizia che non la smette di cantare sulla melodia del brano e di fare “air violin” (!), rompendo un po’ l’incanto, ma la conclusione è comunque degna di un ottimo concerto, come sempre nel loro caso. Dall’alto della loro consueta umiltà e disponibilità, i Balmorhea ringraziano sentitamente e si fermano volentieri a scambiare due chiacchiere con il pubblico. La classe non è acqua, e si vede anche e soprattutto dal rapporto con i fan. Cordiali e magistrali.

Eugenio Zazzara

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