Balmorhea @ Bronson [Ravenna, 30/Ottobre/2010]

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Dopo aver perduto la loro esibizione sotto casa in quel di Mondaino di Rimini eccomi qui, un anno e mezzo dopo, al mio primo confronto dal vivo con i Balmorhea. Allora si trattava di Dimora Landscape #2 per il festival di musica e letteratura Assalti al Cuore, oggi del Bronson di Ravenna. E’ un po’ come se il concerto dei Balmorhea cominciasse dalla fine. Quando tutto quel che conta o quasi, si presume, è stato detto durante l’intero set. Quando si avvicinano i pezzi di chiusura e si prepara il terreno ad un paio di encores. Quando l’enfasi sinfonica, appena prima di invischiarsi nella melassa, lascia un poco di posto anche ai nervi. Quando ci dimentichiamo che quei ragazzi sul palco, a volte, somigliano al nostro prof di educazione civica e quegli stessi ragazzi non fanno nulla per ricordarcelo, anzi. Quando la foto resta in bianco e nero. Quando le note sono poche, rarefatte, e non solo celebrative. Quando le canzoni non sono soltanto luce né aspirano esclusivamente a sublimarsi nella gioia ma galleggiano a mezz’aria, vengono anche trattenute, come una zavorra preziosa, dalla gravità di un corpo vivo fatto di carne e sudore. Ecco, è allora per me che qualcosa accade davvero. E’ allora che la musica dei Balmorhea vince su tutta la linea, e il cuore si scalda. Intendiamoci, il concerto è bello e il locale gremito. Il pubblico tutto pare molto soddisfatto ed anche la band di apertura, ‘The Ghost of Bell Star’, sembra essere piaciuta ai più. Nella musica dei Balmorhea c’è qualcosa di accademico e jazzy. Il vibe che si avverte è vagamente agreste e mormonico. Come per ‘Arcade Fire’, la sensazione di coralità, familiarità sul palco è quasi letterale. E’ un rito collettivo, e i Balmorhea celebrano con noi la loro storia, certo. Però io – e qui partirà da qualche nube un fulmine sicuramente – almeno dopo il primo concerto, mi sento più al sicuro nei loro dischi. E’ una sensazione, ma secondo il mio modestissimo parere la delicatezza, eleganza, forza e bellezza della loro voce viene preservata e intesa meglio se chi si avvicina resta comunque un poco a distanza. Vale spesso anche per alcuni dipinti. Ho scritto questo pezzo ascoltando in loop quel che viene riprodotto nella home page della band, e la mia impressione di ieri sera ha trovato riscontro. All’uscita, confrontandomi con amici incontrati per caso, mi rendo conto che qualcuno, sottovoce, condivide questo pensiero. Un brusio clandestino, quasi timoroso di scheggiare con le unghie questo evento che, apparentemente, stasera pare mettere d’accordo tutti e inibisce un poco la piccola e parziale critica di alcuni ammutinati. Ma io credo davvero che nella penombra la musica di questi ragazzi scintilli più che a mezzogiorno. I Balmorhea sono americani. Anzi, americanissimi. Qualche vita fa ho avuto la fortuna di conoscere un altro ragazzo americano. Tra le molte cose di lui che non dimenticherò, una canzone che diceva “love is not a victory march, it’s a cold and it’s a broken hallelujah”. In quelle parole rubate ad altri brilla ancora prepotente una grandissima verità.

Giuseppe Righini

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