Balmorhea @ Bardens Boudoir [Londra, 8/Aprile/2010]

849

Rapito. Forse è questa la parola migliore per descrivere il mio stato d’animo in quel momento. Nel mezzo di un silenzio astrale, scalfito solo da sporadici colpi di tosse e l’inopportuna interferenza di un cellulare, raccolti a semicerchio, come pronti a raccogliere una storia speciale da un vecchio saggio, siamo diventati partecipi di una toccante esperienza artistica. Mettendo da parte i paroloni, i Balmorhea hanno saputo davvero toccare le corde più sensibili dell’animo dei presenti, offrendo uno spettacolo poetico, soffuso e, al tempo stesso potente. Poi potete chiamarlo come vi pare: post rock, new-classical. A me basta ottima musica.

Dopo esserci passato davanti un paio di volte, mi rendo finalmente conto che quella porticina anonima e oscura, incassata tra negozi e kebabbari turchi, è l’ingresso al Bardens Boudoir. Mi intrufolo in modo inconsapevolmente truffaldino e la mia irruzione viene premiata: scendo e mi ritrovo la band alle prese con il soundcheck. In principio, faccio finta di niente, cercando di rimanere lì il più possibile finché la ragazza della biglietteria mi intima gentilmente di tornare un’ora dopo. Solo uno scampolo, purtroppo, ma sufficiente a dare un assaggio di quello che sarebbe stato. Il Bardens Boudoir è un piccolo club nella zona di Hackney, non lontano dalla frequentata Old Street, che si è ricavato un piccolo spazio nella zona prettamente turca di Stoke Newington Road. L’interno è ombroso e accogliente, con spazi qua e là di vero e proprio buio, divani, panche e posters sparsi un po’ ovunque. A occupare lo spazio, vecchi esemplari di radio e giradischi e svariato antiquariato musicale. Il palco ha una bella sistemazione: centrale, all’immediata destra del bar, dà agli spettatori la possibilità di sedersi a semicerchio e godere di un’invidiabile vicinanza con gli artisti. Come opening act, abbiamo tale Beacons, un barbuto ragazzo che si accomoda accompagnato solo dalla chitarra. Ci propone canzoni scarne e intimiste, con un approccio dimesso e una voce che, a tratti, ricorda quella di Damon Albarn. Spettacolo godibile, per la sua mezz’ora di durata, anche se i pezzi sembrano basati tutti sullo stesso tipo di arpeggio e non vantano certo pretese d’originalità.

Poi è il turno dell’effettivo opener, Nils Frahm. Questo berlinese, con qualcosa di Brian Wilson nei lineamenti, offre invece un piano-solo show, con pezzi dalla spiccata vena classica. L’inizio è intrigante, con una nota ripetitiva e insistente che viene via via accompagnata da grappoli di note che le si fanno intorno. Dopo il primo pezzo, questa sui grappoli di note inizia a diventare quasi un’ossessione, con Frahm che sembra non volersi mai sganciare troppo da alcuni schemi collaudati. Nel mezzo del concerto, trova posto anche un brano in cui il pianista tenta la carta dello sperimentale, senza risultati troppo convincenti, a dire il vero. Riesce però a chiudere in bellezza con un brano deciso e veloce: una base ritmica martellante che dà alla parte solista modo e tempo di salire, scendere e inventare. Parte affidata alle mani di Rob Lowe dei Balmorhea, che dà il suo personale contributo al pezzo migliore del tedesco.

E finalmente, alle dieci meno un quarto, è il loro momento. I cinque di Austin, dall’aspetto nerdissimo (soprattutto i tre ragazzi), con tanto di riga di lato e occhialoni, si sistemano sullo stage e, dopo una breve introduzione, partono subito con la nuova ‘To The Order Of Night’. D’un tratto cala un silenzio quasi imbarazzante, che viene però presto riempito dalle note lente e suadenti del piano di Lowe, che creano subito un’atmosfera sospesa ed emotivamente intensa. Neanche il tempo di abituarsi a quel tepore che Lowe imbraccia la chitarra e iniziano a insinuarsi, discrete ma insistenti, le note soffocate di ‘Bowsprit’, per quello che il sottoscritto è uno degli apici del concerto. Come un fiore, il pezzo va pian piano sbocciando, con gli archi che gli danno spessore e le chitarre che lo sospingono, fino al dialogo della parte centrale tra le rispettive serie di strumenti. Il primo colpo di tacco sul pavimento di legno causa un sussulto, ma poi si fa parte fondamentale e imprescindibile del brano. Un crescendo di rara intensità e bellezza. Il terzo brano ci riporta invece alle atmosfere più solari e bucoliche del precedente disco: ‘Coahuila’ è il primo di una nutrito gruppo di brani provenienti dal recente passato della band. Brani che purtroppo non conoscevo, ma che conferiscono al concerto una piacevole sensazione di va e vieni, tra la l’irruenza di alcuni dei brani del passato e l’intimità dei pezzi nuovi. Il tutto rappresentato alla perfezione, grazie all’invidiabile preparazione e affiatamento dei cinque di Austin. Ognuno dei musicisti sembra, a suo modo, molto concentrato e “preso” dall’esecuzione: Michael Muller fissa spesso il vuoto; Lowe trasmette sempre un grande senso di professionalità, sia al piano, sia alla chitarra, e anche al canto, dove dimostra un’inaspettata carica; il batterista, giovanissimo e diversissimo dagli altri nell’aspetto, segue attento le direttive e crea un efficace contorno; gli archi, concentrati e senza sbagliare una virgola.

Nell’ora e un quarto di spettacolo, la band propone gran parte dei pezzi del nuovo ‘Constellations’, dalla misteriosa ‘Winter Circle’ alla prova di bravura e tocco, per Lowe, di ‘The Steerage And The Lamp’, fino al chiaroscuro epico di ‘Night Squall’. Nel mezzo, citazioni dagli album precedenti che, come si è detto, danno vigore e imprevedibilità al concerto, grazie alla loro maggiore carica ritmica e alla loro potenza, e ne risulta un giusto mix di minimalismo e veemenza. C’è anche il tempo per due encores, e nella seconda, la band si alza in piedi e si dispone sul fronte del palco, proprio davanti a noi, con Lowe e il batterista a tenere le redini. Il congedo è quindi un numero vocale e corale che contribuisce a strappare al pubblico un applauso ancora più riconoscente e convinto. Un’esibizione appassionante e coinvolgente che, a dispetto della poca durata, è di quelle che ti lascia una strana serenità d’animo e ti scalda il cuore. Band con la b maiuscola.

Eugenio Zazzara