Badly Drawn Boy + Cold In Berlin @ Circolo degli Artisti [Roma, 7/Luglio/2011]

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Difficile scrivere di una serata “così”. Di una band londinese, l’ennesima purtroppo, spacciata dai media cool come “Dark, grainy and emotive”, con un nome – Cold In Berlin – che farebbe pensare ad asprezze invernali sull’onda magari di una “fredda” new wave d’altri tempi, di foto promozionali correlate (sembrerebbero) proprio a quelle stagioni oggi tornate molto(molto) sulla cresta dell’onda lunga (anzi lunghissima), di un paio di singoli fuorvianti in cui è caduta la solita stampa colpita dal batterio killer del copia-incolla, duro a morire, anzi durissimo. Gli sciatti Cold In Berlin (anzi sciattissimi) sul palco perdono tutta l’impalcatura costruita per puntellare quello che non c’è. Look da skater americani, batterista della mia età, cantante (Maya) sguaiata e di scarsa (anzi scarsissima) presenza scenica. Il quartetto è a tutti gli effetti una band alternative caduta da un meteorite di ritorno dagli anni ’90, i peggiori anni ’90, visto che i Cold In Berlin sembrano assomigliare molto a regressive entità nord-europee che a quell’epoca purtroppo spopolavano senza perchè: Guano Apes. Capirete a quale tortura sono stati sottoposti i giovani presenti per un’infinta (anzi eterna) mezz’ora di confusionario-caotico sound vecchio e stantio. Una delle esibizioni peggiori dell’anno. (GUARDA VIDEO)

A differenza di tre anni fa (circa) quando si presentò all’ombra del laghetto dell’EUR, il 41enne Damon Gough torna a Roma senza band, apparendo in solitaria/pericolosa (anzi pericolosissima) versione acustica. Da subito si ha la conferma che il breve (anzi brevissimo) periodo di luce viva vissuto dal NAM (il nuovo movimento acustico britannico) ormai dieci anni fa, una vita fa, non era altro che un fuoco di paglia da ardere subito dopo un’estate spensierata. Quasi più nulla è rimasto di quell’Inghilterra senza testa e senza cuore, e quasi più nulla è rimasto del Badly Drawn Boy dei primi due giulivi album compressi nell’arco di tre anni (dal 2000 al 2002). C’è ancora un incomprensibile (anzi incomprensibilissimo) zuccotto di lana caprina con 75° di calore sprigionato dalle prime file, c’è ancora un capello lungo (bianco) che si sposa con una barba (medio-lunga) che fa dell’artista di Bolton uno dei tanti menestrelli che si potrebbero incrociare sotto una qualsiasi metropolitana all’ora di punta. Ecco Badly Drawn Boy è oggi un dignitoso racconta-storie, monotono, piatto, senza sussulti, senza anima e senza quell’intensità che un interprete in solitaria avrebbe bisogno di mettere in campo per colpire, per rimanere, per commuovere. (GUARDA VIDEO)

L’età media dei convenuti (bassa, da primo anno probabilmente fuori qualche sede, di quelle dove è permesso parlare ad alta voce senza rispettare il prossimo tuo, di quelle dove è bene non presentarsi lavato per non rispettare l’olfatto del prossimo tuo, di quelle dove è bene sorprendersi di ogni stronzata per non rispettare il prossimo tuo ma anzi farlo incazzare come un muflone selvatico dell’Alsazia meridionale) non aiuta a far decollare l’esibizione, che si perde in prevedibili versioni di brani catturati dai primi album, che annega in qualche siparietto narrativo di troppo, che va alla deriva sommersa dalla noia (anzi dalla NOIA). Unico punto a favore rimane l’omaggio, alla fine del secondo brano, alla meravigliosa ‘The First Picture Of You’ (ascolta/guarda) dei mai troppo incensati Lotus Eaters che viene citata nel suo ritornello principale. Nessuno ovviamente ha l’età e la forza per riconoscerla, sono passati 28 anni, anche perchè i ragazzi sono tutti qui per giubilare ai brani del debutto e a quelli di ‘About Boy’ rimembrando il particolare taxi newyorkese e il sorriso da copertina di Hugh Grant al fianco del piccolo protagonista di quel delicato filmettino. Ecco appunto, Badly Drawn Boy è proprio così, artista da prima visione. Da una sola visione.

Emanuele Tamagnini

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