Bad Religion @ Atlantico Live [Roma, 13/Giugno/2010]

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Bruce Springsteen, Ramones, Bad Religion. La triade per me è questa. I tre gruppi a cui ho interamente donato la mia adolescenza, quella delle passioni più ingenue e sincere. Ecco perchè stasera la mia eccitazione è un po’ alticcia e va a mettere fretta all’amico Simone per non far tardi. Facciamo un passo indietro. 10 Luglio 1996, Stadio Olimpico, uno dei concerti più belli organizzati a Roma. Ancora 18enne mi recai “da lu paese” alla città, ignobilmente ignorante (ma provateci voi a recupere i dischi a quell’epoca, senza internet, senza soldi e senza negozi di dischi) a vedere due gruppi: Sepultura e Slayer con in apertura proprio i Bad Religion che conoscevo solo di nome. Tempo 5 minuti e mi innamorai di quella musica di quell’hardcore melodico e della voce di Graffin. Per la cronaca, dopo i Sepultura suonò Iggy Pop che fece un concerto che mi porto ancora oggi nel cuore e negli occhi. Da allora i Bad Religion vennero una sola volta a Roma, se non sbaglio intorno al 2000 all’ex Horus. Non c’ero. Per cui li attendo da 14 anni. Ritorno al Palacisalfa, ah no ora si chiama Atlantico, dopo 11 anni quando ci andai per vedere, bontà mia, i Blind Guardian. C’è, come prevedibile, un sacco di gente con le magliette più disparate, sopratutto di gruppi anni ’90. Simone decide di fare la voce grossa e sfoggia quella dei deathstersmetallarissimi Nile. Purtroppo quando entro, alle 21.15, i Peawees stanno suonando l’ultimo brano. Gran peccato, non sapevo che aprissero loro, li avrei rivisti volentieri, in ogni modo sono contento per loro dell’opportunità che hanno avuto di suonare stasera e se volete sapere comunque come suonano meravigliosamente i Peawees cercate qualche vecchia recensione qui sul sito.

I Bad Religion festeggiano i loro 30 anni di carriera con un tour, un nuovo album che uscirà a fine settembre e regalano, seppur in versione digitale (andare sul sito), un live album ai propri fan. Non c’è Brett alla chitarra ma solo Brian Baker e Greg Hetson. La scaletta cerca di pescare da quasi ogni album, proprio per ripercorrere i trent’anni della loro storia ma anche così saranno troppi quelli lasciati fuori. I Bad Religion continuano imperterriti a registrare dischi su dischi e, a dimostrazione che la loro vena di scrittura non è certo finita, i nuovi brani vengono acclamati tanto quanto quelli vecchi e lo si nota in ‘Sinister Rouge’ così come nella cattiva ‘The Dark Ages’. Anzi, va detto che uno dei momenti migliori di partecipazione del pubblico è stata su ‘Los Angeles Is Burning’, tratta dal penultimo ‘The Empire Strikes First’. Hetson è il solito folletto saltellante mentre Baker sembra la controfigura di mio padre: panzone e immobile. Come Malcolm Young avanza verso il microfono solo per i cori e poi torna nelle retrovie. Bentley invece ha una faccia da cazzo che più non si può, ma suona bene e fa la sua parte. Le cose migliori sono dell’evoluzionista Graffin Ph. D, le sue scorrazzate vocali sono nitide e precise, le melodie si percepiscono perfettamente. Parte  ‘A Walk’ e l’Atlantico esplode, così come durante ‘Atomic Garden’. Il pubblico è generosisimo verso la band, l’amore è vero e sincero ma va detto che le troppe pause ne hanno un po’ indebolito la prestazione. Vero che Graffin “punk professor” ha bisogno sempre di parlare con il pubblico e quindi massimo tre brani e poi uno ci si ferma. Se avessero suonato tutti i pezzi uno dietro l’altro l’intensità sarebbe stata decuplicata ma mi so accontentare. Sopratutto quando tirano fuori una dietro l’altra ‘I Want To Conquer The World’ e ‘Generator’. Bella anche ‘No Direction’ con Greg che si ferma quando deve cantare i celeberrimi versi di disullusione, mood principale di quasi tutti i loro brani, “No Bad Religion song can make your life complete/ prepare for rejection you’ll get no direction from me”, e li fa urlare il pubblico.

E’ comunque nel finale che tirano fuori tutto, o quasi, il meglio del loro repertorio. Prima dei bis una tripletta da infarto: dal primo album ‘Fuck Armageddon…This Is Hell’ seguita da ‘Infected’ – che scopro quanto sia popolare- e quella che manda in estasi il pubblico, forse uno dei brani punk rock più belli di sempre, ‘American Jesus’ con il suo finale da tutti cantato reiteratamente: “One Nation/Under God”. Rientrano sul palco per i bis con un gran finale. Eccola qui, in tutta il suo splendore, ‘Punk Rock Song’, accompagnata da stage diving, surfing crowd, stivali sulle palle, alito fetuso che ti arriva in faccia, un po’ di tutto. Si saltella tutti felicemente su ‘21st Century Digital Boy’ e poi io sputacchio le tonsille al suolo per cantare, dall’inizio alla fine, una delle mie preferite, ‘Sorrow’. Ovviamente non possono aver finito. Devono ancora fare ‘Change Of Ideas’, ‘Bad Religion’, ‘Portrait Of Authority’, ‘Modern Man’, ‘You’. E invece no, finisce qui. Un’oretta e mezza scarsa. Ma sono felice lo stesso. Si esce, i magliettai cercano di vendere le shirt a prezzo stracciato, io e Simone abbiamo solo fretta di prendere un po’ d’aria vista la caldaia in cui eravamo immersi.

Dante Natale (con una intrusione di Simone Serra)

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