Backyard Babies @ Jailbreak [Roma, 25/Settembre/2008]

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Uh, stasera ci sono a Roma i Backyard Babies, il gruppo più tamarro del circo del r’n’r, gli eroi del glam punk. Se c’è un gruppo infatti che può avvalersi del diritto di aver inventato un sottogenere (o perlomeno di averlo portato alla ribalta) beh, sono loro, proprio gli svedesi guidati da sua santità Dregen e Borg. Li avevo un po’ persi di vista dopo “Making Enemies Is Good”, ma va detto che il nuovo album è forse tra i più belli che abbiano scritto. Probabilmente la fine degli Hellacopters ha permesso a Dregen di dedicarsi a tempo pieno alla stesura dei brani e ne è uscito un album incredibile. Così mi è venuta voglia di venirli a vedere nella loro prima volta a Roma. Arrivo al Jailbreak e trovo una massa compatta di metallari, glam punk con immancabili catene attorno alla cinta, capelli cotonati, biker e hard rocker di ogni specie. Mi sento sempre più ridicolo. Al Jailbreak hanno finalmente trasformato il locale da pub a club dal vivo. Via ogni tavolino, via le sedie, via tutto. Un palco più alto, il parquet di legno, davvero un gran lavoro. Niente più cameriere che camminano tra i tavoli mentre si suona.

Primo gruppo in scaletta i romani Stick It Out, che hanno appena pubblicato un disco. Sono tra i peggiori gruppi che abbia mai visto nella mia vita. Un hard rock da asilo nido, con delle canzoni brutte e un terribile cantante vestito come Joey Di Maio, con un gilet di cuoio, che emette degli urlacci alla Rob Halford. Dicono che hanno avuto dei pessimi suoni, che son stati penalizzati dal poco soundcheck ma per me sono indefendibili. Specialmente quando da veri bifolchi inveiscono a parolacce contro il fonico o quando chiedono molo gentilmente della birra. C’è chi farà carriera e chi rimarrà in risaia. Meglio dare un occhio al merchandise dei BB. Più che un banchetto è un piccolo negozio. I Backyard,rispettando la propria fama di tamarri imprimono il loro marchio su scarpe Converse, giubbotti, felpe, magliette per neonati, borse e persino sui freesbee. Oltre agli immancabili portachiavi, peryzoma, canottiere. Tutto si può vendere al vero glam punk. Anche il nuovo CD a 10€. Plauso.

Secondo gruppo in scaletta gli svedesi Bullet. Davvero pessimi. Si presentano sul palco con dei giubbotti chiodo indossati a secco, cioè senza nulla sotto. Bassista e chitarrista sembrano volere emulare la coppia Tipton/Downing, sia esteticamente che musicalmente. Un hard heavy roccioso e quadrato ma stantìo e noioso. Il cantante è bruttissimo, canta con il solito sorcio in gola, il classico scream insopportabile tipico di chi nel metal non sa cantare e si affida alla cartavetrata. Zero spaccato. Esco a prendere una boccata d’aria dopo quattro brani. Fuori c’è un piacevole chiacchiericcio, incontro Francesco ‘Fuzz’ Pascoletti, piccolo eroe di mille letture giovanili (no, non parlo di giornali porno), altri amici che non incontravo da tempo e mi dimentico quasi del concerto.

Rientro e mi posiziono tra due strappone e un bisonte con la maglietta dei Manowar. Sono tra la mia gente. Dregen e compagni si presentano sul palco alle 23.45, anche il nano chitarrista da perfetto salame indossa il chiodo senza nulla sotto ma almeno avrà il buon senso di toglierserlo dopo due brani. Il batterista sembra uno dei Blind Melon e Borg è calato nella parte del cantante sexy che se ne sta sulle sue. Il bassista è anonimo. Cerca disperatamente con occhi da maniaco una qualsiasi tipa da sbattersi dopo il concerto tra le bollenti prime file. E’ interessato a quello e del concerto non ne vuol sapere. I primi due brani sono tratti dal nuovo album, la prima l’ho dimenticata, la seconda è la bella ‘Come Undone’. Il pubblico, infoiato, folto e tamarro, le conosce tutte e segue gli ordini del tarantolato Dregen che, pettinato nella maniera peggio possibile, suda per crollare il più presto per mancanza di ossigeno. Passano via via le classiche ‘Making Enemies Is Good’, il singolo ‘Fuck Off And Die’, il corazzo a cerchio di ‘Nomadic’, ‘Star Wars’ (evitabile, c’è decisamente di meglio nella loro discografia) la martellante ‘Idiots’, che ha il ritornello dell’anno, e via via fino ad arrivare al pezzo che tutti volevano ascoltare, ‘Look At You’. Dove infatti si scatena un bel po’ di pandemonio con gente che ti salta sui piedi da tutte le parti. Son bravi i Backyard. Hanno suono, canzoni, compattezza, energia, tutto quello che serve nel rock and roll, anzi nel glam punk. Dregen ha pure i capelli piastrati. E’ tutto a posto. Ma l‘idea che quello che ho visto fosse metà r’n’r e metà finzione mi si è ficcata nella mente quasi subito, da quando hanno cominciato a chiedere di urlare di più, di fare sentire il noize o per via delle domande sceme su quanto fossimo rock a Roma, se la nostra temperatura fosse alta, e insomma tutte ste cazzate tristi. Eppure non ne avrebbero bisogno vista l’indiscussa classe della loro esibizione. Vabbeh. Grande gruppo, niente da dire dai. Stavolta faccio il buono. Esco prima della fine del penultimo brano e trovo all’esterno del Jailbreak almeno la stessa quantità di persone che si trovavano all’interno, tranquillamente sedute a chiacchierare e bere da chissà quanto tempo. Tutta gente che ha pagato, e manco poco, e che del concerto avrà sentito uno o due brani. I metallari come gli ultras. Per la causa, comunque presenti.

Dante Natale