Babyshambles @ Tendastrisce [Roma, 1/Febbraio/2008]

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Quella pop è la musica più difficile da scivere. Perchè è difficile coniugare freschezza ed immediatezza con strutture mai banali. Talvolta queste possono essere complesse, stratificate, ramificate (prendi gli Stereolab o i Fiery Furnaces), altre volte semplici e dirette con le melodie che ti entrano subito in testa ed il suono “giusto”, quello “cool” con la chitarra alla Jam che se la ascolti a 18 anni ti viene voglia di imparare a suonare. Se a ciò aggiungi l’aura di divismo che i media certe volte costruiscono attorno un singolo personaggio ed il fenomeno di costume (tipicamente “british”) immediatamente consequenziale, eccoti allora serviti i Libetines ed i Babyshambles.

La band di Pete Doherty è tornata a Roma dopo l’esibizione al Piper di due anni orsono. In quell’occasione i Babyshambles mantennero le promesse e tennero uno dei concerti più epici nella storia della nostra città: risse con pubblico e fotografi, sangue sulla chitarra e tagli sul corpo di Pete, distruzioni sul palco con ampli rovesciati a terra e danneggiati. Poi il tentativo di rissa, con oggetti lanciati verso i musicisti, il ferimento del batterista e Doherty che scaglia la prima cosa che trova (l’asta del microfono) contro il pubblico iniziando una lotta impari 1 contro 3000. Roba da libro biografico ’70 scritto dal critico Lester Bangs. Il brano ‘Fuck Forever’ segnò la fine del concerto, la sigla di chiusura urlata in faccia al pubblico, la batteria che cadeva, gli ampli giù di sotto e continue sorsate di alcool. Eh sì. I Babyshambles di allora avevano le bottiglie di vodka sul palco e sembravano per attitudine dei Sex Pistols “più cool”. Ed il suono era ancora molto Libetines, quello che ammiccava a Jam e Clash dalla scrittura forte e sicura, frutto di un identità estetica ben precisa. In quell’occasione la scaletta non fu protagonista del concerto, al centro la “dose eroica” dell’ex Libertines. Ringraziammo senza porci troppe domande, sfiniti e soddisfatti dello spettacolo. Alla luce del palliduccio ritorno di questo periodo con il debole ‘Shotter’s Nation’ su Capitol, di un cambio di formazione e del nuovo tour promozionale, i Babyshambles sono una band diversa, nella “testa” cambiata e normalizzata. Pur sempre in grado di scuotere gli animi post adolescenziali con i suoi inni da battaglia e quell’essere “altro” in cui i giovani dohertini e le “katemossettine” ancora si identificano, ma giù di tono ed a corto di verve. Entrando al Tendastrisce alle 21.00 il palazzetto è mezzo vuoto ed i Cat Claws, la support band, stanno eseguendo il primo brano (‘S-Bahnhof’). I Cat Claws hanno la voce femminile accattivante e la chitarra “abrasiva”, le ritmiche veloci ed il sound indie rock ’90, ma è una giovane band che deve fare il salto decisivo lasciando andare il proprio estro a briglia sciolta senza condizionamenti. E’ come un software perfettamente funzionale ma con un’interfaccia utenti buono ma non ottimale. ‘Make A Wish’ è il piacevole brano di chiusura. Puntuali arrivano i Babyshambles sul palco, tra urletti, schiamazzi e videofonini alzati in cielo. Doherty, chili in meno e “dipendenze” oramai superate, pallido come sempre regala idee di fila per la serata: riff alla Kinks, frizzanti episodi chitarristici classicamente brit (il brano ‘Baddies’), ballate con tanto di armonica e hit beatlesiane con microfono in mano (si trascina da una parte all’altra del palco). Brani ben eseguiti dal buon potenziale smithiano e melodico (‘Albion’, posta in finale con ‘Kilimangiaro’). La quasi punk ‘Pipe Down’ fa venire voglia di saltare ricordando i bei tempi e l’hit ‘Fuck Forever’ è eseguita come bis. I Babyshambles al Tendastrisce eseguono un buon concerto, ma io preferisco di gran lunga la versione Piper quella da romantici punk del 2000 maldestri e scoordinati, figli dell’ondata di freschezza Clash e revival rock (Strokes, White Stripes) di 8 anni fa. ‘Fuck Forever’ così, perde di credibilità.

Gaetano Lo Magro

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