Azymuth @ Monk [Roma, 7/Novembre/2019]

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Gli Azymuth sono un trio brasiliano di jazz rock formato da: Ivan Conti alla batteria, Alex Malheiros al basso elettrico e Kiko Continentino al synth, al rhodes e al korg. Quest’ultimo ha sostituito il fondatore Josè Roberto Bertrami, eccellente tastierista e organista morto nel 2012. Definiscono la loro musica “samba doido”, ovvero “samba pazzo”, una commistione tra samba, jazz elettrico, funk, MPB e psichedelia. Nascono artisticamente nel 1971 come backing band di Marcos Valle. Nel frattempo hanno una propria attività di cover band e incidono anche un disco a nome Som Ambiente. Quindi cambiano moniker, compongono brani propri e nel 1975 realizzano un primo e bellissimo album omonimo. Da allora hanno inanellato una lunga serie di produzioni per Milestone e Far Out Recordings, alcune delle quali davvero molto pregevoli. Personalmente ho un debole soprattutto per il loro periodo dei 70′, mentre nell’ambiente fusion spiccano per lavori successivi come “Flame” del 1984 e “Crazy Rhythm” del 1987. Il pretesto per vederli stasera dal vivo è la pubblicazione di “Demos 1973-1975”, raccolta molto interessante che documenta i primi vagiti del loro songwriting. Tutto per giunta con la formazione ancora a quattro, che vede Ariovaldo Contesini alle percussioni, uscito dopo le registrazioni dell’esordio.

Alle 22:30 la band sale sul palco. La platea non è delle più numerose, ma ha grande attenzione e mostra il calore giusto. Le prime note di “Club Morocco” delineano subito le coordinate: jazz elettrico dagli incastri ritmici rigogliosi e dagli ottimi fraseggi degli strumenti. Un interplay consapevole e consolidato, che al di là del tempo che passa, non tradisce particolari sbavature. La pienezza del basso di Malheiros è il cardine tra il dinamismo del drumming di Conti e la solerzia stilistica di Continentino. In scena sono garbati e affabili e sembrano divertirsi molto. Passano dal funk più robusto alle atmosfere più morbide, conservando sempre gusto e tecnica, oltre a un groove avvolgente. I brani sono per lo più strumentali e le parti vocali non hanno dei veri testi, ma si limitano a vocalizzazioni corali nei refrain ad opera di tutti e tre, spesso con l’aiuto del pubblico. I soli si susseguono, compresi quelli della batteria. Controtempi e poliritmi, vengono spesso accompagnati dal clapping del pubblico. Sono degli attempati signori dalla freschezza contagiosa. Continentino ha cinquant’anni, più di venti in meno dei suoi colleghi e mostra tutte le skills maturate a fianco di gente come Gilberto Gil, Milton Nascimento e Djavan. Non si limita ad eseguire l’esempio di Bertrami, ma dimostra grande personalità. I brani che si susseguono pescano trasversalmente dalla loro discografia. “May I Have This Dance”, “Castelo”, “Melò da Cuica” e “Last Summer in Rio” spaziano, dal funk alla ballad d’atmosfera, passando per l’easy listening e il brazilian jazz. Conti presenta con fare discreto e partecipato, ripetendo spesso “obrigado” e suscitando tenerezza e simpatia, la stessa con cui invita il pubblico a partecipare ai cori. Anche i momenti più deboli riservano spunti interessanti e mantengono genuinità anche nei passaggi meno esaltanti. Posseggono una gran cura dei suoni e delle timbriche, caratteristiche che contraddistinguono episodi come “Partido Alto”, “Villa Mariana” e la cover di “500 Miles High” di Flora Purim. Da un solo di batteria parte un groove carioca che è spalleggiato a dovere dalla sala. Questione di mestiere e dedizione. In alcuni frangenti sfiorano l’estro cinematografico da library music. “Voo Sobre o Horizonte” è arte brasileira dal refrain irresistibile, cantato dal pubblico in sala come stesse in spiaggia a Baiha. “Manha” è sublime così come lo era in studio e nella digressione strumentale contiene anche una citazione di “Estate” di Bruno Martino. “Dear Limmertz” chiude novanta minuti d’ottima fattura con un pizzico di manierismo e qualche sbrodolamento d’ordinanza. A questo punto escono, anzi neanche lo fanno davvero, si limitano a spostarsi dagli strumenti e richiamati a gran voce, vi fanno subito ritorno. Il bis non può non essere “Jazz Carnival”, brano con cui nel 1979 ottengono un buon riscontro commerciale grazie a un groove jazz-disco infetto. In Italia si conosce anche per essere stata la sigla del noto programma televisivo “Mixer”. La versione eseguita ha meno mordente e agio rispetto a quella impressa nella memoria collettiva, ma comunque è assolutamente dignitosa. Giudizio da estendere a tutta la performance.

Cristiano Cervoni

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