Autonervous @ Traffic [Roma, 21/Giugno/2006]

442

Questa sera l’aria che si respira è afosa. Di un’estate appena arrivata sull’uscio di casa. L’atmosfera, invece, quella di un gruppo di sopravvissuti approdati su l’unico atollo disponibile in città. Il concerto delle Autonervous – Bettina Köster/Jessie Evans – richiama gente di estrazioni musicali apparentemente diverse. E’ un appuntamento certamente di nicchia ma curioso e prurigginosamente accattivante nelle premesse. Un tam tam sottotraccia creato dal passato delle nostre protagoniste. La berlinese Köster è stata infatti una delle fondatrici delle Malaria (insieme alla bella Gudrun Gut) che nei primissimi anni ’80 erano parte nodale della generazione tedesca che amava definirsi Geniale Dillettanten (volutamente con due “l”). Un fervido underground artistico che aveva come epicentro proprio Berlino, città ricettiva, avanguardista e sperimentale al massimo del suo splendore. Jessie Evans arriva da San Francisco dove si agitava in seno ai Vanishing un progetto sci-fi horror disco nato dalle ceneri dei The Knives. Insomma un suono che potremmo collocare a metà strada tra Siouxsie And The Banshees e i Faint. L’incontro fatale avviene davanti alla porta di Brandenburgo con la voglia di unire quelle esperienze così lontane ma in fondo così tremendamente vicine. Il pubblico ha nel frattempo risposto oltre le più rosee aspettative, Jessie è vestita con un frac che lascia completamente scoperte le sue lunghe gambe inguainate in due calze praticamente smagliate. E’ vestita come l’attitudine prettamente “cabaret” richiede ma non ci sono forzature patinate alla Dresden Dolls. Lei è stonata naturale. Un’aria fuori di testa che trasmette come un transistor fin dalla prima nota. La Köster vestita di raso nero è la parte maschile. La sua voce greve echeggia mefistofelica e tratteggia le impennate della compagna ormai immersa completamente nella performance. Due sax. Due voci. Con l’aggiunta di un computer delegato a fare tutto il resto. Il primo applauso convinto giunge sincero quando eseguono “Gold” cover di un pezzo dell’icona Amanda Lear poi l’elemento teatrale si fa più marcato. Sono simpatiche. Sono oltre. No wave ma senza free jazz. Electro punk ma senza cattiveria. Volutamente piene di sbavature. Di approssimazione che nel loro caso significa improvvisazione. L’incontro a novembre, il disco (omonimo) a giugno ed un tour nello stesso mese. La voglia di essere nuovamente al centro del mondo in tempi brevi. Momenti migliori: la già citata Lear-track, il potenziale singolo “Anchors Aweigh” che farebbe impallidire la vagina di Peaches e la sbilenca “Sax New Age”. Una vulnerabile e sessuale. L’altra impenetrabile e dominante. Berlino-Roma solo andata.

Emanuele Tamagnini

Commenta

Please enter your comment!
Please enter your name here