ATP I’ll Be Your Mirror @ Alexandra Palace [Londra, 25-26-27/Maggio/2012]

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Ultimo nato tra gli eventi targati All Tomorrow’s Parties, ormai marchio di qualità nel mondo dei festival odierni, l’ I’ll Be Your Mirror (anche questo intitolato come un brano dal primo, omonimo, seminale album dei Velvet Underground, peraltro b-side proprio del singolo di ‘All Tomorrow’s Parties’) è alla sua seconda edizione: a battezzarlo, l’estate scorsa, Portishead, PJ Harvey, Nick Cave fra gli altri. A differenza dei tradizionali Nightmare Before Christmas che si svolgono a dicembre al resort Butlins nei pressi di Minehead (e nel cui prezzo del biglietto è compreso l’alloggio in uno chalet in loco o meglio: si acquista proprio lo chalet, da 2 a 7 posti), questo festival non prevede alloggio in loco. E io ne approfitto per ringraziare, ancora una volta, l’amica Francesca, ritrovata dopo anni, per avermi ospitato in quel di Battersea e per avermi accompagnato in questa tre giorni di musica d’altissimo livello.

La location è l’Alexandra Palace, stupendo palazzo d’epoca vittoriana situato nei pressi di Wood Green. A dirla tutta, è un po’ difficoltoso arrivarci, è su una collina e proprio in questi giorni l’unico bus che fa la spola tra la fermata della metro più vicina e la venue è deviato. Ad ogni buon conto, una volta arrivati, c’è una visuale stupenda, parchi tutti intorno, campi da mini golf, un laghetto, decisamente “il posto della gente”, come si legge anche su alcune bandiere. In questi giorni, poi, ci sono temperature sempre intorno, se non superiori, ai 25 gradi e neanche una nuvola. All’interno, l’organizzazione ha predisposto anche una sala cinema, diversi banchetti dove poter mangiare e bere, info point, perfino un paio d’ore dedicate a bingo e quiz vari con dischi, libri e biglietti per altri show ATP in omaggio. Ottime premesse.

L’inizio del festival è previsto per le 16 di venerdì 25, le sale sono due: la grande e illuminata Great Hall e la più piccola e scura West Hall. Ad aprire le danze di un primo giorno dedicato al metal in tutte le sue declinazioni ci pensano gli Storm Of Light: c’è subito un problema, i volumi sono enormi, insostenibili, le basse frequenze fanno tremare i pantaloni, io mi accorgo d’aver scordato i tappi per le orecchie. Grazie a un paio di membri della security che ce ne allungano due paia, possiamo goderci un po’ del concerto: una band granitica e che ti spazza letteralmente via, inserita in quel solco di postcore tracciato dai Neurosis, del resto si tratta del progetto di Josh Graham, per lungo tempo loro collaboratore: incisivi, forse poco personali, ad ogni modo bravi.

A seguire, sul versante più doom, è il turno degli YOB: non mi fermo ad ascoltare che per pochi minuti, trovando poco appeal in quei drone ripetitivi. Stessa situazione anche per i Wolves In The Throne Room e il loro black metal “meditativo”. Ne approfitto per farmi un giro al fornitissimo merch (ci sono anche i tipi della Rough Trade) e per concedermi un massaggio – geniale il servizio Mobile Massage, ne avremmo poi usufruito per tutto il weekend. Ci si sposta nella Great Hall, intorno si vedono orde di metalheads, quasi tutti con il braccialetto giallo del venerdì, ancora pochi con quello rosso del weekend. Del resto, questi sono qui solo per una band, gli headliner della serata, gli Slayer. Nell’attesa, però, è sempre un gran piacere poter godere di un’esibizione dei Melvins: King Buzzo vestito di una tunica nera con una croce colorata e l’inconfondibile chioma, Dale Crover alla batteria e, come già da qualche tempo, i due membri dei Big Business a completare la band. Ancora una prova maiuscola, muscolare, dopo aver bestemmiato in chissà quanti idiomi lo scorso settembre per averli persi al Circolo a Roma, finalmente posso godermeli su un palco adatto a loro. In attesa della versione Melvins Light, album in uscita a giugno con formazione Buzzo + Crover + Trevor Dunn, i metalheads di cui sopra si spellano le mani per tributar loro una meritata ovazione. La folla comincia ad ingrossarsi, guardo con sospetto un padre occhialuto e acconciatura rasta versione corta con due pargoli al seguito, sistemati in prima fila. E’ il turno degli Sleep, già tornati insieme proprio per un altro ATP tre anni fa mentre io avevo avuto modo di vedere, in altri due festival, prima gli High On Fire di Matt Pike, poi gli OM di Al Cisneros e Steve Hakius, è ora di chiudere il cerchio. Una spirale ipnotica di psichedelia, stoner, metal al ralenti, impressionante la resa di un brano come ‘Jerusalem’, se ci fosse stato bisogno di una band per preparare il terreno alla venuta di Tom Araya e soci, non riesco a immaginarmi scelta migliore degli Sleep. OK, bando alle ciance, spente le luci della sala, fari rosso sangue accesi sul palco. Ed eccoli là, Araya, Dave Lombardo, Jeff Hanneman e Kerry King: ci impieghiamo 15 secondi per arrivare dal fondo della sala a ridosso delle prime file, omaccioni dagli occhi spiritati, t-shirt, tatuaggi, la parola d’ordine è sempre la stessa: Slayer, ovviamente. Nel solco dell’altra serie ATP, i concerti Don’t Look Back in cui un’artista esegue per intero il proprio album più famoso, il set è incentrato sull’esecuzione di ‘Reign In Blood’, il climax è certamente ‘Angel Of Death’. Tutt’intorno e delirio, con pogo furioso, gente che vola letteralmente e sotto ai piedi mi ritrovo di tutto: occhiali, chiavi, giubbotti. Un’esperienza mistica, magari dal lato infernale. Non so come se la passino James Hatfield e compari ma se dovessi scommettere su una band per esibirsi alla grande il giorno dell’Apocalisse, io punterei sugli Slayer. Con un centinaio di sudori diversi addosso, scarpe da buttare, maglietta degli Zu con la mitica dicitura “Tom Araya is our Elvis” ridotta a uno straccio, è ora di tornare a casa.

Per la seconda giornata, firmata dai Mogwai, organizzatori 12 anni fa della prima edizione dell’ATP, s’inizia già a mezzogiorno. Di gente in giro ce n’è pochina, arriviamo in ritardo ma riusciamo a goderci almeno 10 minuti di Umberto alias Matt Hill e della sua elettronica pregna di rimandi alle soundtrack dei Goblin e dei film di Carpenter. Un peccato  non aver sentito di più e anche l’orario non era certo l’ideale per un set con tale mood. Realizziamo che per gli ultimi due giorni la West Hall è promossa a sala principale mentre la Panorama Room, illuminata quanto un po’ soffocante, diventa la seconda sala.

E’ il turno dei Floor, prima band del leader dei Torche, Steve Brooks, riformatasi per celebrare la pubblicazione di un corposo cofanetto antologico. Come fa notare la socia Francesca, il loro doom-metal risulta essere troppo dipendente dalla batteria. Non del tutto convincenti. Meglio spostarsi nella Panorama Room dove Irmin Schmidt dei Can e il di lui collaboratore Jono Podmore presentano una selezione dei brani della band tedesca ritrovati su alcuni nastri spuntati fuori durante un trasloco: bene, vi garantisco che il cofanetto ‘Can-The Lost Tapes’, in uscita il 18 giugno su Mute, merita l’acquisto a occhi chiusi, come quelli dei tanti ascoltatori estasiati distesi sul pavimento della sala. Si torna alla West Hall, ero molto curioso per gli Harvey Milk: più quadrati dei Floor, più compatti ma è un’esibizione al di sotto delle mie aspettative.

Neanche con gli Chavez di Matt Sweeney, al primo concerto a Londra dopo 17 anni, le cose migliorano e anche qui è un peccato, scaletta incentrata su ‘Gone Glimmering’ e ‘Ride The Fader’: set discreto ma anche qui non quello che mi sarei aspettato, sembra proprio che la giornata sullo stage principale non voglia ingranare. E allora tanto meglio l’esibizione dello scatenato Antoni Maiovvi sul secondo stage, un tizio vestito di nero, con Mac, synth e drum machine programmati e controllati col telecomando della Wii, fisico à la Jack Black, urla sgraziate e tanta follia. Ipnotico e trascinante, finalmente una bella botta cui segue un’altra bella scoperta, i Soft Moon, decisamente i migliori della giornata: piedi affondati nel kraut rock e il leader Luis Velazquez che indossa la maglia di Neu! sono già garanzia di qualità, conoscono la materia e la trattano con fottuta nonchalance, l’acquisto dell’ep ‘Total Decay’ in vinile ci sta tutto, sono sicuro che ne riparleremo.

Il main stage continua a esser maledetto anche per i Codeine, la scena che ci si para davanti agli occhi è imbarazzante: Steve Immerwhar non riesce a risolvere un problema alla sua pedaliera e deve intervenire Chris Broakaw per risolverglielo, passano cinque minuti buoni e quando si riprende lo stesso Immerwhar è già visivamente un concentrato di insicurezza, con una mano a stringere l’altro gomito e qualche “sorry”. Un peccato perché l’accoppiata Engle/Broakaw sembrava già ben capace di mantenere la baracca su livelli dignitosi. Se sono tornati insieme per celebrare/celebrarsi con un tour di 20 date, farebbero meglio a sistemare ciò che non va prima dei prossimi concerti.

E’ ora di prendersi una pausa, al diavolo Bill Wells e Aidan Moffatt, meglio una mezzoretta distesi nei prati attorno alla venue. E, al ritorno, quando si dice andar sul sicuro, una scarica di adrenalina con i Mudhoney, ancora e sempre solidi e granitici. Basta vederlo, Mark Arm per rendersi conto che sì, o sei con Iggy Pop o sei il nemico: volumi adeguati, presenza scenica e tanta dinamite, l’Iguana ci seppellirà tutti e Mark Arm verrà a orinare sulle nostre tombe.

Sui Dirty Three, a seguire, posso solo dire che rispetto molto Warren Ellis, che riconosco il suo progetto come una band audace, originale e diversa. Però non c’è nulla da fare, è la seconda volta che li vedo e niente, proprio non riesco a farmi piacere un loro set, mi spiace. A chiudere la serata ci pensano gli organizzatori, potrà sembrare strano ma non ho mai visto i Mogwai dal vivo, non sono esattamente fan del cosiddetto post rock tranne poche eccezioni (come gli Explosions In The Sky, ad esempio), i loro dischi li ho sempre presi a piccole dosi, vederli in questo contesto credo sia un buon modo di goderseli appieno, a partire dalla potenza della batteria di Martin Bulloch, gli assordanti eppur ipnotici intrecci delle chitarre di Braithwaite, Cummings e Burns, eccellente anche alle tastiere. ‘I’m Jim Morrison, I’m Dead’ e ‘Auto Rock’ i momenti migliori, verso la fine ho bisogno di un po’ d’aria e chiudo la serata anzitempo, approfittando della sala cinema (in tempo per assistere  agli ultimi cinque minuti de ‘L’esorcista’) per poi guadagnare, con l’amica Francesca, un posto tra i primi a salire sul bus navetta per la metro di Wood Green.

Per la terza giornata, ritardo, stanchezza e la necessità di un pranzo adeguato (devo dire che il pollo con brie e marmellata del pub della venue era sublime, credetemi) fanno sì che il primo set da seguire, persi Forest Swords e Blanck Mass, sia quello dei Demdike Stare: elettronica incentrata sulle basse frequenze, oppressiva e disturbante, con visuals altrettanto cupi, decisamente l’ideale per cullare e poi annientare la nostra sonnolenza. Peccato che poi a far sbadigliare ancora, però per la noia, siano i Tall Firs e il loro folk tanto sussurrato quanto palloso, con sala che si svuota decisamente ascoltando le prime note dei Thee Oh Sees provenire dalla West Hall: questo sì un set cazzutissimo, John Dwyer e soci sono potenti, zozzi, garagistici e impossibili da non apprezzare, se ci metti poi qualche delizioso intervento di Farfisa il mix diventa gustoso ed eccitante. Più che promossi. Buonissima anche la perfomance degli Archers Of Loaf, riunitisi lo scorso anno dopo lo split del 1998, impossibile che non destino l’attenzione di chiunque abbia un po’ di familiarità con la musica anche solo vagamente alternative prodotta in USA negli ultimi venti anni, è un indie rock oserei dire emozionale, della miglior specie prodotta negli anni ’90, un brano dal titolo emblematico come ‘Nostalgia’ ne è un buon esempio, inoltre il bassista Matt Gentling è letteralmente scatenato, non sta fermo un attimo.

Una band dall’alto potenziale sono i Siskiyou, quartetto canadese dalla strumentazione acustica, suonata con delicatezza: devono ancora aggiustare qualcosa ma le doti ci sono, l’ultimo pezzo è sognante e carezzevole, una band da tenere d’occhio. Si torna, purtroppo, alla West Hall, so che ci aspettano quelle merde degli Yuck. Su queste pagine trovate ancora il mio report del loro pessimo show a Roma un anno fa. Visto che ci sono, concedo loro un’altra chance? Macché, qui di diverso ci sono solo i volumi. La mia amica si stupisce della ferocia con cui li avevo stroncati, nell’arco di tre pezzi è lei a chiedermi di andarcene, enough said. Degli Sleepy Sun vedo solo la coda dell’ultimo pezzo, all’apparenza sembra essere stato un set da delirio, vedrò di rimediare ma intanto io e la mia amica, dopo aver riconosciuto e salutato il simpatico Ago Nascimbeni e il meno simpatico Dario Ciffo (ex violinista degli Afterhours, in due sono i Lombroso e il giorno prima si erano esibiti al Garage), ci dedichiamo alla miglior fetta di pizza che potessi mai mangiare fuori dai patri confini e a una bella chiacchierata con il simpatico Neil, scusate la parentesi personale ma davvero una persona di quelle capaci da darti positività con poche parole, un prologo rilassante al miglior finale del festival che si potesse immaginare.

Perché il set dei Make-Up, riformati dopo 12 anni e probabilmente solo per questa occasione o forse per pochi altri show, chissà, è il più bello del weekend. A uno come Ian Svenonius, o anche solo a una sua unghia dovrebbero aspirare quei quattro fessacchiotti degli Yuck, altroché. La band è in forma smagliante, tutti impeccabili nei loro completi eleganti, e mette in mostra tutte le influenze dal rock’n’roll al gospel al post punk. Ma è Svenonius ad aggiungere quel qualcosa che rende il set memorabile: le sue movenze, la sua voce strozzata e poi giù, anzi, su fra il pubblico, per la gioia nostra e lo sgomento della security, a declamare il sermone di ‘We Can’t Be Contained’. Mostruoso. Gioco, set e partita e mi permetterò poi a casa di trasalire non poco leggendo i tweet snobby di alcuni che criticavano una tale esibizione, mi piace al più pensare che se questo è un set da stroncare, non riesco a immaginarmi cosa potessero esser dal vivo i Make-Up negli anni’90. Il giorno dopo, l’acquisto della stupenda ristampa Dischord in vinile di ‘In Mass Mind’ sarà un atto dovuto.

Il concerto di chiusura, quello degli Afghan Whigs, la band che aspettavo di più, la band della vita o quasi, la band per cui, infine, ho deciso di prendere il biglietto del festival, è un ciclone di emozioni. A onor del vero, dalla seconda fila l’audio non era granché, o meglio: la chitarra di Greg arrivava alle mie orecchie ben più affilata del resto. Sì, dico così perchè non poteva esser certo suonare ad un volume diverso su brani come ‘Gentlemen’ o ‘Debonair’. Comunque non importa, è stato un susseguirsi, ovunque mi girassi, di facce sorridenti, rapite o piangenti, comunque felici, a partire credo dallo stesso Greg Dulli. Personalmente, ero vicino alla lacrimuccia durante la doppietta ‘Summer’s Kiss’ / ‘Faded’ e poi di nuovo nelle due splendide cover del bis, ‘See And Don’t See Me’, appena pubblicata in free download, e ‘Love Crime’. La classe non è acqua e non bastano 11 anni senza esibizioni e senza quasi notizie per cancellarla. Con Dulli e company ci rivediamo a Roma fra qualche giorno, con Londra magari tra un annetto, con l’amica Francesca non fra altri 5 anni, con l’ATP… quand’è il prossimo?

Piero Apruzzese