Atoms For Peace @ Ippodromo delle Capannelle [Roma, 16/Luglio/2013]

586

Thom Yorke ha dichiarato di non sopportare la definizione di “supergruppo” appiccicata agli Atoms For Peace, parlando invece di una vera band e di un vero progetto, vivo e indipendente. Io sostengo di estendere il significato di quella parola perché gli Atoms For Peace giocano totalmente in un’altra categoria e se già si poteva solo gioire leggendo quattro anni fa i nomi dei componenti del gruppo, dopo aver assistito al loro concerto si può solo applaudire e riconoscerne l’immensa classe, l’essere “super” non solo per ragion d’essere e dopo quell’ottimo disco che è ‘Amok’ ma con la dimostrazione di un live set eccellente e, per varie ragioni, stupefacente.

Andiamo con ordine: mi ritrovo a varcare i cancelli dell’Ippodromo per la terza volta in sei sere, dopo aver già timbrato il cartellino per l’ormai storico concerto di Bruce Springsteen e per il doppio act con Smashing Pumpkins e Mark Lanegan e devo dire che, pur essendo entrato a pochi minuti dall’inizio dei concerti, non mi era mai capitato di vedere così poca gente davanti al palco del Rock In Roma ma presumo e mi auguro che si sia adeguatamente riempito fino all’esordio on stage dei protagonisti della serata, ricordo all’esordio assoluto in Italia, previsto di lì a un’ora e mezza circa. Tanto meglio per me, comunque, che non ho alcuna difficoltà a raggiungere mio cugino e un amico appostati a pochi passi dalle transenne, un’ottima posizione seppur un po’ decentrata. La band di apertura è una graditissima sorpresa: la Owiny Sigoma Band è un combo di sette musicisti di base a Londra e due di loro vengono dal Kenya e indossano vistosi copricapi e ornamenti del proprio paese e ne suonano alcuni strumenti tradizionali, gli altri componenti integrano con chitarre, basso, batteria e tastiere, quel che ne viene fuori è un mix affascinante con jam intrise di blues, funk, spesso trainate da un insinuante moog e speziate con i sapori dell’Africa Centrale, si ascolta con piacere e si balla pure, in prospettiva un degno warm up.

Assistiamo piuttosto divertiti alle peripezie del tecnico delle chitarre, costretto ad accordarle più volte tra sbuffi e cenni di disappunto, le luci si spengono due minuti prima delle 22: Thom Yorke ritorna sul luogo del delitto dell’altrettanto indimenticabile concerto dei Radiohead del settembre scorso e lo fa sorridendo e indossando una canotta con la scritta “Property of Allah” mentre Flea, petto nudo d’ordinanza, indossa una gonnella, mi sembra che il tempo si sia fermato perché la decade trascorsa da quando lo vidi in azione con i Red Hot Chili Peppers pare non averlo minimamente scalfito. Sono loro, abbastanza ovviamente, a fronteggiare il pubblico mentre gli altri, anche per via delle strumentazioni imponenti, sono in secondo piano: la postazione di Nigel Godrich, il più elegante in camicia, sembra il pannello comandi di un’astronave e non potrebbe essere altrimenti per l’alchimista dei suoni dei Radiohead, altrettanto singolari il drumkit di Joey Waronker, che integra anche pad elettronici e almeno un grosso woodblock, e la varietà di percussioni di Mauro Refosco, compreso il “suo” berimbau, essendo brasiliano. A completare il tutto, una scenografia semplice quanto efficace: delle linee spezzate di neon e, sullo sfondo, dei pannelli quadrati pieni di led che illumineranno il palco di diversi colori.

L’inizio è con ‘Before Your Very Eyes’, brano di apertura di ‘Amok’: possiamo cominciare a stupirci. Perché le mie aspettative erano per esecuzioni quantomai perfette dei brani del disco ma ammantate di quella stessa malinconia, serietà se mi passate questo termine, sobrietà dei Radiohead e del dovuto rispetto verso loro. Nulla di tutto questo: la voce di Thom Yorke è sempre ammaliante e le architetture sonore di Nigel Godrich danno l’esatta misura di quanti meriti bisogna dare a questo fior di produttore ma la sorpresa è tutta per la fisicità, per il groove, per la spinta dal ventre che gli Atoms For Peace possono vantare dal vivo: è la massiccia forza centrifuga di una sezione ritmica così scintillante a far la differenza, è il basso di Flea che suona, slappa e vi aggiunge grinta con i suoi movimenti da invasato e i suoi calci all’aria mentre l’accoppiata Waronker – Refosco è tanto precisa quanto tosta e incisiva nel rendere ancora più caldi e pulsanti tanti dei brani del lotto. Per farla breve, ci si ritrova a ballare proprio fin dal primissimo brano. E come restare fermi se quello più posseduto e trascinante spesso è lo stesso Thom che si muove come attraversato da scariche elettriche? A sorprendere sono soprattutto gli arrangiamenti, specialmente per i brani tratti da ‘The Eraser’, del resto la band si era formata proprio per eseguire dal vivo i brani dell’album solista di Thom Yorke datato 2006, a iniziare da ‘The Clock’ trasposta in maniera quantomai tribale. Invece, una canzone come ‘Ingenue’ è emozione per l’anima, la nostra, direttamente dall’anima di Thom via ugola e dita sul piano. Dovrei spendere una parola probabilmente per ogni singolo brano, mi limiterò a citare l’orgia elettrica su ‘Harrowdown Hill’, il jolly delicato e suadente di ‘Rabbit In Your Headlights’ degli UNKLE, l’equilibro perfetto tra elettronica, basso e arpeggi chitarristici della conclusiva ‘Black Swan’. In mezzo, le parole in italiano di Thom e il suo sorriso, la sua risata, il tentativo non riuscito di convincere pure il timido Nigel a spiccicar parola, lo stesso Nigel che brinda a birra e non disdegna comunque sortite con la chitarra faccia a faccia con Flea, un rito che i fan dei Peppers avranno visto centinaia di volte con Frusciante, le reazioni ironiche di Thom e Flea al blackout dell’impianto audio durante l’esecuzione di ‘Paperbag Writer’, unico recupero dal repertorio Radiohead – una b-side, che avrebbe rischiato di rovinare la serata, incidente invece subito dimenticato con un siparietto, le parole “Va bene!” e il secondo ciak dello stesso brano. Alla fine saranno diciassette pezzi per un’ora e tre quarti di concerto densi di classe, genio, voglia di sperimentare, stupire, stordire e divertire. Thom Yorke ha ragione, definire gli Atoms For Peace un semplice “supergruppo” è fin troppo riduttivo.

Piero Apruzzese

2 COMMENTS

  1. Non abbiamo trovato una foto “giusta” che rispondesse ai requisiti utili per essere pubblicata (grandezza, nitidezza, piacevolezza estetica…). Se ne hai una mandacela 🙂

Commenta

Please enter your comment!
Please enter your name here