Asobi Seksu @ Circolo degli Artisti [Roma, 16/Giugno/2007]

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Conosco gli Asobi Seksu dal loro esordio ma poco ricordavo della formazione di Brooklyn fino all’uscita dell’ultimo album “Citrus” (Friendly Fire). La band è capitanata da un’acciughina nippo-americana che risponde al nome di Yuki. Skippando a piè pari gli accostamenti e le influenze più evidenti e che li vogliono vicini (non senza ragioni) ai più illustri rappresentanti del promontorio sonoro dello shoegaze, si intravede comunque in loro un tentativo di sottrarsi a una costrittiva aderenza al genere. Non che ci sia niente di nuovo, non che ci sia la schicchiera luminescente del tocco in più ma almeno scorgo il tentativo di una ricerca di personalizzazione. Ma torniamo alla serata, che si preannuncia succosa. Per fortuna quattro curiosi gatti nella sala concerti, tutti gli altri randagi fuori per altri scopi. Evvai! Ma io, inesperta, arrivo solo poco dopo a capire che la serata capitava in uno dei tanti flaccidi, molli sabati. Arriva Yuki e sembra la versione orientale di una minuta Dorothy nella “Città di Smeraldo” di Oz. Verdissima e nel glitter più totale del suo tubino paillettato. Le lucine rosa avvinghiate all’asta del microfono sono la proiezione scenica di quel suono dreamy, zuccheroso, sintetico che verrà a svilupparsi di lì a poco. Il lecca-lecca che arriva proprio quando hai voglia di lecca-lecca (a me succede spesso). Lo sciroppo dal colore surreale che arriva proprio quando, dopo il lecca lecca, hai voglia della stucchevole bevanda al cromoforo. E allora si inizia a ciancicare marshmallows con la fragrante “New Years”, si prosegue con – appunto – l’agrodolce “Strawberries” con l’esotismo della bella “Strings” che riserva una melodia condita e conturbante e poi ancora con la spensieratezza di “Thursday”. Finali scalpitanti, cinque musicisti sul palco divertiti, Yuki travolta dalle onde supersoniche degli altri strumenti. “Red Sea” è il solletichio della brezza estiva e della sabbia cocente. Siamo frullati da una girandola policroma di fibre plastiche e colori fluo. Gli Asobi Seksu divertono, ricordandoci il significato del loro nome. Yuki ha una vocina (più che una voce) inevitabilmente e riconoscibilmente nippo-childlike. Poco polmone, molta grinta. Ma non è una forzatura, pare invece una caratteristica comune a più vocalist del sol levante: vedi Blonde Redhead, vedi Enon, Cibo Matto e ancora Nagisa Ni Te. Nei momenti di estensione e nei picchi di ascesa sonora dei brani, le chitarre e la batteria selvaggia fanno la loro, trascinando Yuki dove forse lei, da sola, non potrebbe andare. Una buon live, sopra le mie aspettative, all’insegna della spensieratezza e perché no, del buon umore. Buon umore, che diventa nero e rancido quando, alla richiesta del pubblico di un altro, ultimo brano e al piacere e alla volontà della band di proporlo, viene detto NO. NO-O? E perché mai? Non c’è tempo? E perché non c’è tempo? Perché i ragazzotti devono ballare? Imbarazzante la scena di una band che dal palco chiede: “Un’altra? Sì? No? Non c’è tempo? Ah… ok?”. Roba dell’altro mondo… ah, no… di questo!

Mary Notarangelo

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