Ash + Mystery Jets @ Parco S. Sebastiano [Roma, 16/Giugno/2011]

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Correva l’anno 1995, non avevo idea di cosa volesse significare quel regalo di compleanno, quella strana t-shirt blu con la scritta “Ash”. Di li a poco avrei capito -grazie ad una fortuita registrazione su audiocassetta dell’EP ‘Trailer’- che stava nascendo un amore, un’accidentale infatuazione per una giovane band di ragazzini nordirlandesi con gli Undertones nel sangue. L’onda dei ricordi porta al britpop degli anni ’90 e alla sua sintesi perfetta, ‘1977’, il fondamentale album d’esordio degli Ash. Questa sera il parco che li accoglie è apparentemente silenzioso e tranquillo, nell’aria estiva si respira l’emozione di una generazione che ha vissuto con passione quel periodo, la stessa emozione che immagino appena pochi mesi fa debbano aver provato i fan dei Charlatans e di Fran Healy al Circolo degli Artisti. Un’emozione più grande se sommata alla fortuna di non aver dovuto aspettare, per vederli, un ennesimo live degli U2 allo stadio Olimpico, e finalmente dopo quasi vent’anni di carriera alle spalle arrivano per la prima volta a Roma da headliners.

I Mystery Jets sono una grande live band. Lo avevo intuito qualche anno fa, sono costretto a prenderne atto poco dopo la loro salita sul palco, quando rimango sorpreso dall’impressionante interpretazione di ‘Alice Springs’, bellissimo pezzo estratto dal loro ultimo lavoro. Personalmente ritengo che sebbene la band abbia tentato di evolversi passando dall’iniziale folk-pop di ‘Making Dens’ ad arrangiamenti più catchy e danzerecci, la non eccelsa qualità di molte loro canzoni riflette spesso una mancanza di idee che li fa rientrare nei ranghi di tutte quelle indie rock band inglesi finite nel dimenticatoio dopo il primo album. Il live riesce comunque a stupire, in un’ora vengono passati in rassegna i loro pezzi migliori, da quelli più frenetici a quelli più dance-eighties (After Dark, Two Doors Down), fino alle ballate beatlesiane.

Intorno alle 23 e 30 salgono sul palco gli Ash: alla batteria c’è un ragazzo che sostituisce Rick McMurray, assente giustificato causa nascita del figlio, al basso il solito Mark Hamilton (che a volte si avvicina al rack per produrre effetti sintetici), alla chitarra il leader, Tim Wheeler, è in completa tenuta nera con t-shirt dei Misfits. L’inizio è travolgente: le chitarre distorte di ‘Lose Control’ sono un treno a tutta velocità, poi ‘A Life Less Ordinary’. Se la domanda era “sono venuti solo a presentare l’ultima raccolta di singoli inediti?” la risposta è, fortunatamente, no. In poco più di un’ora vengono proposti molti fra i loro brani storici, estratti soprattutto da ‘1977’ e ‘Free All Angels’, i loro migliori album. Il ritmo è serrato, pochissimi tempi morti tra un brano e l’altro ma nonostante questo la (piacevole) sensazione è quella di assistere al concerto dell’amico di una vita, data la spontaneità e la semplicità con cui Tim scherza con il pubblico, ride e si emoziona come un bambino. La grandezza degli Ash sta nell’abilità di saper scrivere grandi pezzi punk-pop e grandi pezzi bubblegum-pop con la stessa ispirazione, di tradurli in un sound che rappresenta un marchio di fabbrica dalla doppia anima. E di saper scrivere ballate struggenti di oltre sei minuti: l’interpretazione della bellissima ‘Twilight Of The Innocent’, con il liberatorio urlo finale di Tim, lascia con il fiato in gola e rappresenta uno dei momenti più emozionanti di questo live. A scatenare il pogo e i cori del pubblico sono ovviamente le famose ‘Girl From Mars’, ‘Kung Fu’, ‘Oh Yeah’, poi c’è spazio per il singolo inedito ‘Return Of White Rabbit’ prima della loro momentanea uscita di scena. Faccio appena in tempo a notare che a bordo palco una ragazzina (minorenne?) sta dando il numero di telefono al cantante dei Mystery Jets quando tra le urla della folla i tre riappaiono per proporre ‘Arcadia’ e la conclusiva ‘Burn Baby Burn’, che stimola un nuovo pogo collettivo. Saluti e inchini, poi una rapidissima uscita di Tim a bordo palco per stringere la mano ai suoi fan. In molti forse rimarranno ad aspettare un autografo o una foto, io me ne torno a casa con il ricordo di questa splendida serata e la speranza di poterli rivedere prima della vecchiaia. Concerto indimenticabile.

Matteo Ravenna

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