Asaf Avidan @ Auditorium [Roma, 16/Luglio/2013]

433

Forte del successo del remix della sua ‘One Day’ (ad opera di Wankelmut), della sua apparizione al festival di Sanremo e del suo debutto discografico (da solista), l’israeliano Asaf Avidan fa tappa anche nella Cavea dell’Auditorium di Roma per promuovere, appunto, il disco ‘Different Pulses’. Accompagnato da una backing band di 4 elementi (ma attenzione, non sono i Mojos come da più persone ieri erroneamente affermato), il Nostro saccheggia per la composizione della setlist un po’ tutta la sua opera, dal disco solista ai lavori con l’ex band. Rispetto alle precedenti esibizioni soliste, che ci avevano molto incuriosito, questa volta il live previsto è stato molto più canonico: niente loopstation, niente effettistica esagerata, ma un concerto che si è snodato tra un sostanziale pop di fondo, con qualche incursione nell’estetica jazz, umori soul e una preponderanza rock, il tutto tenuto insieme dalla vocalità femminea, penetrante, sofferta e struggente di Avidan. Detta così, sembra la presentazione di un live di buon livello, coinvolgente (lo stesso Avidan si è dato molto da fare per intrattenere il pubblico) e che, fondamentalmente, manda tutti a casa soddisfatti. C’è un “però” che vorrei chiarire prima di essere additato come “necessariamente controtendenza”: su Nerds Attack! ci siamo sempre battuti affinché la musica, sia su disco sia nei live, sia il meno artefatta possibile, meno “a tavolino” possibile. Ora non voglio dire che l’israeliano sia un artista finto, una cariatide, un dinosauro o uno improvvisato: ha dalla sua una voce particolarissima e un talento (anche strumentale perché no) di buon livello, ma il live di ieri sera è stato veramente troppo artefatto, livellato verso il basso, pieno di momenti “un colpo al cerchio e uno alla botte” e, fondamentalmente, spento. L’idea che rimane nella testa, è che Avidan renda (e renderebbe) molto di più in veste solista, una veste magari più intima ed emotiva, piuttosto che riempire le sue creazioni di inutili orpelli (orribili i synth di plastica durante la prima parte del concerto) o appesantire canzoni che già sono tagliate per la sua voce. A testimonianza di ciò, anche il pubblica ha apprezzato maggiormente la seconda parte del concerto, dove le uscite soliste dell’israeliano sono state numericamente maggiori. Seconda parte che ha visto anche mettere da parte le sonorità più pop ed addentrarsi in qualche uscita para-world, para-jazz e para-soul. Dico 3 volte “para-“ perché alla fine, il vero limite dell’esibizione è stato proprio il non voler spingere sull’acceleratore, di voler accontentare tutti e di uscirne puliti in qualsiasi evenienza. Ne hanno risentito sia la coesione dello show sia l’emotività e l’empatia dello stesso, lasciando spesso interdetti su alcune scelte musicali e stilistiche.

Simone Macheda

Commenta

Please enter your comment!
Please enter your name here