Arto Lindsay @ Monk [Roma, 15/Novembre/2017]

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Arto Lindsay è una delle figure di spicco della scena sperimentale dell’East Village newyorkese della seconda metà degli anni ’70. Nato a Richmond nel 1953, vive gran parte della sua giovinezza in Brasile a seguito dei genitori missionari presbiteriani. Quindi viene a contatto con il Tropicalismo e si lascia influenzare da Gilberto Gil e Caetano Veloso, almeno quanto verrà stregato in seguito dal free jazz e dall’avanguardia statunitense. Si trasferisce nella grande mela a metà degli anni ’70 ed è tra i pionieri della no wave, militando nei DNA con Ikue Mori e prendendo parte alla seminale compilation del 1978 “No New York”. In seguito entra come chitarrista nei Lounge Lizards di John Lurie, con cui incide l’esordio nel 1981, celebrato tra i migliori dischi di punk jazz della storia. Frequenta inoltre la fertile scena della Downtown di Manhattan a fianco d’artisti come Jean Michel Basquiat e sarà attivo nella sound art, sia come curatore, che come autore di installazioni e performance. Negli anni ’80 forma il duo pop rock Ambitious Lovers con Peter Scherer e fa parte del primo nucleo dei Golden Palominos, collettivo aperto e ben frequentato d’avant-rock americano, che ruota intorno al batterista Anton Fier. Mette a disposizione la sua voce caratteristica e la sua tecnica chitarristica destrutturata e atonale per musicisti come: Brian Eno, Bill Frisell, Laurie Anderson, David Byrne, Tom Waits e John Zorn. Negli anni ’90 recupera la passione per la bossa nova, componendo e suonando per protagonisti illustri della scena carioca come Tom Zè e Gal Costa e producendo i lavori di Marisa Monte. Intanto incide anche ottimi album solisti, cantando sia in inglese che in portoghese, tra cui spiccano “Mundo Civilizado” del 1996, “Noon Chill” del 1998 e “Prize” del 1999. Il suo ultimo disco “Cuidado Madame” (il primo di materiale inedito dal 2004) esce quest’anno e si basa sull’uso di ritmi trance associati alla religione afro-brasiliana Candomblé.

Alle 23:00 Arto Lindsay sale sul palco insieme alla sua fida chitarra elettrica, accompagnato da Marivaldo Paim alle percussioni e Luís Filipe De Lima alla chitarra classica a sette corde, strumento tipico del choro e del samba. Il percussionista dispone di un vero arsenale di membranofoni e oggetti di vario genere: tre congas, un rullante, un tamburim, un paio di pandeiro, un cajon, piatti vari e tre pad elettronici. Il concerto si apre con “Maneiras”, tipico brano bossa che Arto lacera con la chitarra elettrica. Canta morbido e improvvisamente stranisce tutto per poi tornare quieto, prima di lanciarsi in un assolo atipico e dissonante. “Iiha Dos Prazeres” è un samba più veloce che si basa sul lavoro percussivo di Paim, la chitarra classica accompagna e Arto canta ed inserisce suoni stranianti. L’assolo nel mezzo è ancora più assurdo del precedente con accenni di noise puro. “Simply Are” è classico ed avanguardista allo stesso tempo e rappresenta una spiazzante commistione delle due anime apparentemente opposte di Lindsay. A questo punto si avvicina al microfono e scherza sul fatto che non vede la gente in fondo, raccogliendo l’applauso di un pubblico che riempie tutti i divanetti rossi disposti nella sala. “Illuminated” è una sorta di brano cantautorale esotico, adagiato su una base percussiva continua e caratterizzato da un cantato particolarmente ispirato. A questo punto va a presentare un brano di Oscar Da Penha, meglio conosciuto come Batinha, famoso sambista il cui soprannome significa patatina, cosa che gli fa venire in mente Rocco Siffredi e quella sua famosa pubblicità. Parte “Imitaçâo”, dove il protagonista è il chitarrista acustico, che la introduce con un pregevole arpeggio e la caratterizza con un assolo sublime. Gran brano e bell’evoluzione sia ritmica che timbrica, grazie anche agli effetti e le distorsioni di Lindsay. “Vâo Queimar Ou Botando Pra Dançar” parte in quattro e prosegue sincopato, con cesellate di chitarrismo acustico a guarnire. Lui canta con melodia e partecipazione e con la stessa dedizione sbarazzina guida a mestiere il crescendo, usando esplosioni elettriche e selvagge. Il secondo omaggio ai sambisti è per Angenor De Oliveira, in arte Cartola, del quale esegue “Alegria”. Si tratta di un samba/cançao in cui voce e chitarra hanno un tempo diverso rispetto alle percussioni, creando un bell’effetto che si compie nel crescendo finale, a cui non lesina inserimenti rumoristi. “Seu Pai” ci riporta al disco nuovo e sembra un brano di Jobim nelle mani di Zorn, ovvero qualcosa di divertente e divertito. “Um Por Um” è puro impro noise strumentale. Colpi secchi di percussione e note aperte con l’acustica. La chitarra elettrica la fa da padrona, fuzz e fantasia. “Invoke” ha un incipit noise, per poi mutare in una sorta di brano cantautorale postrockiano, su percussione fissa e inserti di delirio. Troppo strambo per essere esclusivamente malinconico. “A Volta Do Malandro” è un omaggio a Chico Buarque ed è un samba apparentemente classico, impreziosito dai virtuosismi di De Lima e la voce esile ed intonata di Arto. “Combustivel” è ritmico e travolgente, trascinato dalla solidità delle percussioni ed esaltato dai gustosi virtuosismi della classica, oltre alle consuete divine dissonanze. Nel mezzo un pregevole assolo di Paim. L’intesa tra i tre è ottima e sembra che i suoi compagni in alcuni momenti debbano più contenerlo che accompagnarlo. Lui è sornione, dinoccolato ed imprevedibile, a volte persino buffo, soprattutto se perso nelle sue digressioni. Escono e vengono richiamati a gran voce dal pubblico. Al rientro racconta in italiano un aneddoto trascurabile sul concerto del giorno precedente e poi attacca “Uncrossed”, loopando un effetto e cantandoci sopra delicatamente, con il sostegno elegante di chitarra acustica e percussioni. Brano d’atmosfera vario ed eventuale, come se fosse un remix impulsivo di un bambino. Vanno via ed il nostro prode risale da solo, regalandoci un breve saggio di chitarra meravigliosamente distorta. Gli altri due lo raggiungono per eseguire una notevole versione di “Beija Me”, scritta da Paulinho Da Viola e cantata all’epoca da Elza Soares, in cui De Lima si lascia scappare una gradita citazione di “Day Tripper”. Il giusto finale che raccoglie la meritata ovazione. Settanta minuti di genio, carisma e follia.

Cristiano Cervoni

Foto dell’autore

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