Arto Lindsay & Marc Ribot @ Città dell'Altra Economia [Roma, 18/Luglio/2014]

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Come sarà successo a molti, il primo incontro con Arto Lindsay è avvenuto su quella testimonianza di assordante frastuono e caos primordiale che è ‘No New York’, la compilation a cura di Brian Eno che apriva uno spiraglio di notorietà su un pugno di band della scena cosiddetta no wave newyorkese, tra i quali v’erano i DNA. Già partendo così, uno deve avere tanto pelo sullo stomaco e un bagaglio culturale adeguato per assimilare questo tipo di materiale. Poi arrivarono i Lounge Lizards, quindi i Golden Palominos, poi gli Ambitious Lovers, e infine ebbe inizio l’avventura solista. Prima sperimentalismo e no wave, poi riavvicinamento a certi canoni della musica brasiliana. Ma dietro l’aspetto placido e riabilitato del Dottor Jekyll, un Mr. Hyde trama nell’ombra. Il tragitto per arrivare alla Città dell’Altra Economia non è esattamente un attimo, ma il tempo è speso bene. Per Eutropia è stato allestito un gran bello spazio adiacente all’area dello Spazio Boario, spazio più che sufficiente per le esibizioni dal vivo così come per rassegne cinematografiche all’aperto e tanto altro. Tra le persone attivamente intente all’ascolto del concerto e gli altri, si poteva arrivare a contare qualche centinaio di persone. La mia preparazione al live si è basata sull’ascolto di ‘The Encyclopedia of Arto’, compilation uscita a maggio di quest’anno per la Northern Spy Records, e incentrata principalmente sulla seconda vita artistica del brasiliano-statunitense, quella solista. Un Giano bifronte, con la prima parte che ripesca le sonorità morbide e languide del Lindsay più “tropicaliano” e la seconda che recupera alcuni di quegli stessi pezzi e li destruttura dal vivo con le temute sferragliate noise della sua chitarra. Cosa aspettarsi dal vivo? Un miscuglio, ma certo: un fondersi delle due anime artistiche, i classici angioletto e diavoletto da cartone animato sulle spalle.

Con quella camicia bianca a cascargli inelegantemente addosso, Lindsay sembra un fantasma. Se non conoscessi la sua storia, non gli daresti due lire. E in effetti così avviene a chi non lo conosce. Perché, intendiamoci, Arto non sa o comunque non sembra saper suonare, almeno non nel senso tradizionale del termine. Nel migliore dei casi, la chitarra è una grattugia; nel peggiore, una sega circolare. I suoi interventi sull’umore lounge delle proprie composizioni hanno il sapore del sabotaggio, della guerriglia, della tortura psicologica. Dopo aver ascoltato il primo, ti godi la docilità e piacevolezza del brano fino a quando non inizi a pensare che prima o poi tornerà, a imperversare crudelmente sulle strutture armoniche, a sfasciare gli arrangiamenti, a demolire le impalcature. L’esperienza Lounge Lizards insegna. Lindsay è un dadaista, non concilia né tranquillizza, ma interrompe, scombina, paralizza. Dietro di lui, la band di supporto si dà un gran da fare a costruire armonie, crescendo e sostegni ritmici di grande efficacia. Lui inganna e seduce con la sua flebile e leggera voce, che ben si adatta al contesto musicale. E poi, arieccolo, a fare casino, a “rovinare” tutto con quella chitarra stuprata, violentata, come direbbe qualcuno. ‘Simply Are’, ‘Personagem’, ‘Invoke’: a tutti i brani spetta quella sana dose di rumorismo e mitraglia. E poi arriva Marc Ribot. A circa metà esibizione, il chitarrista americano si presenta sul palco con una sedia, si siede e non smetterà più di stare rannicchiato sulla sei corde, preso e perso nei propri virtuosismi. Il primo duetto tra i due ha un che di sconfortante. Botta e risposta nel nome dell’improvvisazione pura e free, senza alcuna indicazione temporale e armonica. Tra la gente, ci sono reazioni contrastanti: c’è chi è rapito e chi è del tutto insofferente. I mugugni che si sentivano già prima si fanno più intensi, alcuni si allontanano dal palco e certi altri se ne vanno proprio. A un certo punto, la band torna sul palco e il tutto torna a rispettare i canoni dell’ascoltabilità. Ribot ha scherzato finora e riserverà a ogni pezzo un bel solo, alcuni dal sapore direi santaniano, cui farà da contraltare il tagliaerba di Lindsay. A chiudere il concerto prima delle encores, ‘Combustivel’, personalmente il pezzo che più attendevo, ma che qui assume tutt’altra veste: devo dire, sinceramente, meno seducente. Lindsay ha reso meno prevedibile e più stimolante un concerto altrimenti piatto; Lindsay ha contribuito a deturpare un concerto altrimenti gradevole ma senza molti guizzi. Credo che stasera la maggior parte delle persone si sia divisa tra queste due scuole di pensiero, fatta eccezione per i fan incondizionati. E forse, in fondo, il bello è questo: Arto Lindsay rende tutti molto meno democristiani, ci spinge a schierarci in maniera netta e chiara, a prendere parte, senza tentennamenti. WYSIWYG.

Eugenio Zazzara

Foto dell’autore

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