ARTO @ Evol Club [Roma, 8/Marzo/2018]

473

Questa sera all’Evol Club si sfugge alla logica della festa indotta e comandata, per calarsi in sonorità metaforicamente ostiche. Giungiamo in tempo per assistere all’inizio dell’esibizione dei Paxarmata, combo romana di forte derivazione anni 90, sia per la musica proposta, che per i testi in italiano permeati da un’aggressiva attitudine combat. Il quartetto suona gagliardo e tosto e l’apertura a loro affidata si consumerà in sette brani, per un totale di poco meno di mezzora. Presentano l’EP “Eurospleen” uscito proprio oggi e lo fanno con ardore e dedizione. Mischiano Seattle con i Rage Against The Machine, il punk con i Primus, l’indie wave con il noise. I testi sono sociali e di protesta e non escludono derive dozzinali. Nell’insieme risultano dignitosi ma abbastanza datati, nonché avulsi dal resto della proposta.

Gli ARTO son un quartetto nato a Bologna agli inizi del 2017 e propongono una serie di trame strumentali oscure e viscerali, in bilico tra impro noise e math rock, con una massiccia dose di psichedelia. Nonostante la recente formazione godono di una grande considerazione, soprattutto grazie alle credenziali personali espresse dai componenti della band. Luca Cavina suona il basso, così come fa negli Zeus! e nei Calibro 35, Bruno Germano era il chitarrista dei Settlefish e gestisce i controlli del celebre Vacuum Studio nel capoluogo emiliano, Cristian Naldi suona la chitarra anche nei Ronin, mentre Simone Cavina percuote la batteria nei Junkfood e per la band di Iosonouncane. A gennaio di quest’anno hanno pubblicato sul loro bandcamp il brano “In Limine” e non più di una settimana fa l’album “Fantasma”, anche in vinile e in cd. Per produrre il cd hanno collaborato Dischi Bervisti e Offset records, mentre per stampare il vinile a loro si sono unite anche Sanguedischi, Fegato Dischi e The Fucking Clinica. Alle 23:10 parte una intro che accoglie l’ingresso della band sul palco. Con l’aggiunta del pattern di batteria e della chitarra si scivola verso “Trauma”. Si tratta di un brano denso e corposo, cinematografico ed inquietante. Le proiezioni che partono nello schermo sul fondale, mostrano un tunnel percorso velocemente, con vista frontale come dalla testa di una locomotiva. Sarà la stessa proiezione che accompagnerà tutta la performance, che sarà caratterizzata anche dall’uso modesto delle luci e da un buio creato con consapevolezza, che avvolgerà i quattro musicisti. Intanto il brano, ben calato in quest’atmosfera tetra, cresce fino ad esplodere. “Mirror Box” sfoggia una batteria quasi tribale, un basso pulsante e possente, oltre agli incroci sapienti delle chitarre effettate. Bel trip e grande crescendo sonico conclusivo. “Larva” ha un incipit lisergico e rarefatto, che si abbandona prima ad un raffinata variazione post rock e quindi ad un’esplosione noise finale con deflagrazione generale. “Ship Of Theseus” è math rock di alta fattura, fino a ricordare i Don Caballero più ispirati, utilizzando continui stop and go con esplosioni ed implosioni chirurgiche. In “A Ghost Limbo” siamo nei territori cari ai King Crimson, deviati e stranianti, ma anche solenni e regali. “Hauntology” è introdotta da campioni vocali parlati su drones effettati, prima che uno stacco netto e incisivo, delinei un brano math di spessore e sostanza. Si chiude così, senza bis, quaranta minuti di performance a base di energia e talento. Di quelle che se chiudi gli occhi, ti sembra chiaramente che Chicago non sia poi così distante.

Per chiudere la serata assistiamo ad una notevole esibizione dei Nohaybanda. Il duo capitolino è formato da Fabio Recchia al basso, alla chitarra, al synth, ai samples e agli effetti e da Emanuele Tomasi alla batteria e ai trigger elettronici. In realtà parte della batteria triggerata è gestita da Recchia, che la campiona e la utilizza in tempo reale. Mischiano suoni digitali, math rock e jazzcore e lo fanno in maniera sublime e personale. Eseguono il loro set circondati dal pubblico, in un non palco predisposto nella sala, ai piedi della postazione del mixer, di fronte allo stage principale. Partono a schiaffo, appena capito che chi li precedeva non avrebbe eseguito alcun bis. La cosa chiara da subito è che sono in due, ma sembrano almeno il doppio. Come si suol dire, hanno sia il manico che il giusto approccio. Presentano il loro quarto disco, il primo da quando si sono trasformati da trio a duo, con l’uscita di Marcello Allulli e del suo sax. L’album è omonimo ed è stato prodotto da Mega Sound Records insieme ad Offset e ad altre realtà, come Dischi Bervisti, Stirpe 999 e la francese En veux-tu? En’vlà!. Hanno registrato dal vivo in studio, in modo da presentare del materiale che sia facilmente riproducibile in concerto. Una proposta densa e sfaccettata, realizzata con una grande padronanza tecnica ed un gusto notevole. Il primo brano che eseguono è “SS1”, il cosiddetto singolo nuovo. L’elettronica mitiga il classico approccio math, almeno all’inizio. Meno cervellotici e più post rock. Nei sei brani restanti, pescati anche dai dischi precedenti, avremo un esempio esaustivo del vario caleidoscopio di suoni di cui la band è capace. Ci sarà spazio per del jazzcore puro, ottimo sia negli incastri che nella dinamica. Saremo rapiti da un groove continuo, insidioso nelle storture e nelle asprezze, coinvolgente nella dinamicità ed imprevedibile, grazie a digressioni cosmiche e fughe spaziali. Troveremo nel percorso del rock muscolare e del funk astratto e cinetico. Subiremo degli assalti noise impetuosi e ci tufferemo nell’impro jazz più delicato, ricco di suggestioni progressive. Quaranta minuti di grande espressività ed esplorazione sonora.

Cristiano Cervoni

Foto dell’autore