Art Brut @ Zoobar [Roma, 29/Gennaio/2006]

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[Intro]
Se il termine Art Brut (“arte grezza”) è stato coniato dal pittore Jean Dubuffet alla fine degli anni ’40 per indicare quelle opere create senza un’intenzione artistica definita ma reagendo ad un preciso bisogno, conosciamo da ieri qual’è stato il bisogno che ha spinto il quintetto inglese a fare musica.

[Refrain]
La serata all’insegna dello scirocco è di quelle sold out. Un’altra splendida riuscita per la sapiente Grinding Halt che appoggia al quintetto autore di ‘Bang Bang Rock And Roll’ due tra le formazioni più in vista dell’underground capitolino. Vista=frizzanti. Aprono i Masoko. Quartetto (con al basso una ragazza sul metro e sessanta) che ha nelle liriche beat, nell’attitudine ska e nel look wave la propria ragione d’esistere. I pezzi presentati divertono, sono intelligentemente costruiti (è appena uscito il primo album ‘Bubù 7te’) ed il finale punk funk omaggia di getto i soliti Gang Of Four. A seguire ecco i Black Circus Tarantula. Quartetto di recente composizione (con al basso una ragazza sul metro e sessanta), guidato da un welleriano frontman, con in testa gli Who ed in tasca una scaletta sfrenata e chitarristica che non dispiace se giudicato nel contesto dell’happening serale. Dopo otto brani che alla lunga però appiattiscono l’umano sentire lasciano il palco agli attesi alfieri dell’arte grezza.

[Suite]
Ci vorrebbe un’altra NO WAVE. Ci vorrebbe che uscisse una nuova scena dai luridi fabbricati del Lower East Side di fine anni ’70. Ci vorrebbero altri morti sconosciuti nel parco. Ci vorrebbero musicisti camminare in mezzo a tossici e spacciatori. Ci vorrebbe un altro James Chance che scendesse a prendere a calci il pubblico e a baciare in bocca le ragazze. Basterebbe, forse, un altro Sid Vicious fendere boccali di birra verso quei cafoni di spettatori. Ci vorrebbe qualcosa di simile per far ritornare nella merda gruppi come questi, seguiti da gente come questa. Il quintetto britannico (con al basso una ragazza sul metro e sessanta) ha registrato in estate la dipartita del chitarrista Chris Chinchilla sostituito dal biondo Jasper Future. Sono solo due le note stonate che automaticamente fanno guadagnare punti alla band rispetto ai colleghi della nuova scena. 1. Non hanno quelle maledette tastierine che creano effettini da due soldi e fanno tanto figo (quella dei Masoko non ha funzionato per qualche minuto… doveva essere un segno del destino perdio! Ripensateci ragazzi ed eliminatela!), soprattutto quando viene suonata da musici tarantolati in preda a visioni pseudo mistiche. 2. Sono brutti. Ma tanto brutti. Il cantante sembra Errol Flynn sfatto dalla lasagna a strati. Si toglie le scarpe e rimane in calzini. I capelli unti. La pancia adiposa che fa capolino dalla camicia. I pantaloni di mio nonno. La bassista è una truzza mai vista. Una gnoma con stivali da texana e tette da prova del cuoco. Il lead guitar – Ian Catskilkin – è il fratello paffuto di Andy Taylor, il batterista (senza sedile) sembra un parrucchiere uscito dalla casa del grande fratello. Infine l’ultimo arrivato pecca di kitscheria sfoggiando una maglietta turchina di Shakira, abbinata con una bandana al collo alla John Wayne stato terminale (vedi “El Grinta”), mezzo stivaletto stile “la mala ordina” ed un ciuffo blonde da urlo. Per questi due rilevanti motivi gli Art Brut sono meglio degli avversari. Ma la musica è quella che è. Senza synth viene privilegiata la chitarra, certo, ma sono motivetti (ben quindici presentati) da una stagione e via. Se leggete la biografia e tutte le recensioni che la copiano, sentirete parlare di Fall, Jonathan Richman finanche Pulp. Autentiche bestemmie da cartellino rosso che confermano che l’hype sfrenato e la scarsa cultura della storia recente, conducono a sfondoni del genere. Per questo non riesco ancora a giustificare l’eccitazione orgasmica di gran parte dell’audience accorsa. Età media 22. Urla e gridolini da parte delle collegiali presenti e pogo sfrenato a cura degli universitari fuori sede targati primo anno. Neanche ci fossero i Duran Duran che jammano con i Negazione.

Emanuele Tamagnini

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