Art Brut @ Circolo degli Artisti [Roma, 9/Dicembre/2009]

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Un report che comincia necessariamente a metà. Perché, primo io a dispiacermene, non sono ancora riuscito ad adeguare il mio orologio biologico ai nuovi orari democrat e impiegatizi adottati dal Circolo degli Artisti. Concerti che iniziano alle nove e venti. Ma siamo all’opera? A una recita scolastica? Dobbiamo mettere i bambini a letto? Il rock’n’roll si nutre di orari che vanno ben oltre il primo dopo-crepuscolo (Se parli dell’Italia forse si, ma non credo nel resto del mondo, ndr). Siamo ostaggi di una creatura subdola e anonima, di un mostro a cento teste che si muove fra colletti bianchi e petizioni acide di stomaco: il “vicinato”. Un preambolo superfluo e scritto male per introdurvi l’opening one man band che mi sono perso: Kid Harpoon. Un amico me lo descriverà come un delizioso, non sottovalutabile esempio di cosa può uscir fuori da un tritacarne che si nutra esclusivamente di armenti britannici: una chitarra sdolcinata e Marr-orientata, zuccherose cascate vocali e un certo gusto “impegnato” per il Pop Che Non Si Guarda Allo Specchio. Ma non ce n’erano più di una decina sotto al palco. Tutti gli altri erano fuori a vedere Eddie Argos che si faceva sparare flash dritto negli occhi abbracciato a qualche fan.

I resoconti dei primi pezzi che, a nostra insaputa, i cinque hanno iniziato a suonare, mi arriva ormai soltanto al dopo-concerto: ‘Formed A Band’ (“Look at us! We fom’d a band!”), ‘Good Weekend’, ‘My Little Brother’, giusto le canzoni che avrei lasciato a forza dentro una ipotetica scaletta ridotta all’osso. Entrati nel locale a una quindicina di minuti dal taglio del nastro, i nostri sono appena partiti con ‘Rusted Guns Of Milan’, il palco immerso dentro una sottile luce rossa che diresti palpabile. Le superfici e gli spigoli si fanno alieni, fantascientifici, e il look ormai maturato di Eddie Argos è calamitante: ha la stazza del Johnny Rotten ultima maniera, diciamo un po’ più asciugato, con quell’orecchino che gli conferisce un’aria a metà fra un pirata dei caraibi e un hipster dedito a indossare trench e consumare alcolici con molta, molta classe. È proprio questo, Eddie Argos: un hipster, predicatore buffo e opinionista da spettacolo capitato in mezzo a una band di teen-ager. Si muove per conto suo, avanti e indietro sul palco, poi giù fra il pubblico mentre racconta una storia lunghissima e allucinata su un viaggio nelle cantine della Marvel, sopra le note di ‘DC Comics And Chocolate Milkshake’. Purtroppo per noi che con l’inglese ce la caviamo fino a un certo punto, individuabile fra il livello B1 e il B2+ degli esami ESOL e Trinity, il gap linguistico si rivela spropositato.

Numerosi sono le gli intermezzi e i siparietti, in mezzo e durante le esecuzioni. Ma il grosso, sbiascicato nel cockney di Argos, resta tagliato fuori dalla comprensione del pubblico italiano. Insisto su questo tasto perché, a differenza di come la pensavo due anni fa, mi sono reso conto che gli Art Brut, musicalmente, contano zero o pochissimo. Poco negli album e zero nei live, dove i riff di chitarra scompaiono così come i fraseggi di basso e la batteria è un’inaspettata locomotiva a vapore che travolge e soffoca tutto. Sono i testi a fare la differenza fra canzone e canzone. È per questo che, nonostante le critiche positive e la produzione di Frank Black dei Pixies, l’ultimo LP l’ho abbandonato dopo un paio di ascolti annoiati. Ma Eddie. Eddie possiede un carisma che solleva la band di almeno cinque punti e rende non troppo insopportabile persino il chitarrista Jasper, che dal suo angolo fa smorfie da Tonio Cartonio (mano a coppa attorno all’orecchio e bocca a O, ci prende no?) e sfoggia nell’ordine: 1) un’imbarazzante frangetta biondo emotivo, 2) fascetta bianca al polso e 3) un’aderentissima e teen-pop-chupa-chupa t-shirt nera. Fumo artificiale sul palco. Fra gli encores l’inequivocabile ‘Bang Bang Rock’n’Roll’ con quella dichiarazione di intolleranza per i Velvet Underground che ci piaceva tanto, seguita da ’18.000 Lira’, anche questa dall’esordio, per chiudere con quella che sembrava una cover dei Blind Melon o un plagio dai Blind Melon e ci è stata svelata come ‘Post Soothing Out’ dal secondo tiepido album. In definitiva: non si contano le citazioni, i richiami, gli ammiccamenti, le perle per intenditori. Segno che Eddie Argos, pur non sapendo tenere una chitarra in mano, ha fatto dei suoi Art Brut un contenitore dove riversare – con abbondanza di personalità, ironia tipicamente british e stile proprio che nulla ha di artificioso –  tutta quella cultura Pop (libri, musica, ‘Modern Art’, programmi televisivi) di cui si è alimentato a dovere. O lo ami o lo odi.

Filippo Bizzaglia