Art Brut @ Circolo degli Artisti [Roma, 27/Febbraio/2008]

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Mi aspetto molto dagli Art Brut, stasera. E non solo per riprendermi dalla cocente mitragliata musicale firmata recentemente dagli Enemy. Ma soprattutto perché questi cinque ragazzi, directly from London, li seguo da un bel po’ e aspettavo solo l’occasione di vederli dal vivo. Assoldati tra le fila della cittadina Fierce Panda nel 2005, qualche tempo dopo finiscono sotto contratto con la Virgin. Megalomania indie rock, con un breve frasario che si esaurisce in pochi minuti, aveva detto qualcuno. Altri avevano chiamato in causa i Fall, col cantato/parlato di Eddie Argos che ricorda quello del narra-periferie Mark E. Smith. Per quanto mi riguarda, tempo fa mi ero impossessato di ‘Bang Bang Rock And Roll’, ed ero uscito di testa. L’avevo passato seduta stante a un amico, con un’identica reazione (“All my friends think I’m insane, I’m still in love with Emily Kane!”, nella suondtrack dell’estate scorsa ). Solo che lui stasera è a letto, martoriato da un febbrone a tradimento, e io sono rimasto solo. Un altro amico tenta inutilmente di trovare la strada, ma il tom-tom va in corto, si ritrova disperso dalle parti di termini e desiste. È destino. Ma partiamo con ordine. A supportare gli Art Brut, tre ragazzi di Ivrea, i Drink To Me. Il sound che portano con sé è particolare, intrigante. Un’intreccio di noise, grunge e new wave (di matrice newyorchese, qualche passaggio potrebbe uscire dal repertorio di Television o Voidoids), in conclusione tutt’altro che banale. Sarà il bicchiere mezzo vuoto che reggo in mano – o anche la mia capacità d’ascolto che tocca alti tassi di impressionabilità, stasera – ma mentre l’ultimo pezzo viene dilatato in un loop di poche note al synth e veloci variare alla batteria, cado in stendhaliana contemplazione. Fino a quando non si riaccendono le luci. Fra l’altro, nella mezz’ora morta dopo la loro esibizione scambio quattro parole col cantante. E ho l’occasione di beatificare ancora una volta l’abbattimento della barriera spettacolo/spettatori, i palchi alti un metro e mezzo, il chitarrista che ti chiede da accendere dopo il concerto, di fuori. Tutto ciò conforta.

Ma arriva il momento. Eddie Argos, giacca e cravatta, capigliatura già arruffata, si presenta sul palco mostrando un sorriso a quarantacinque denti – mentre dagli altoparlanti escono i primi vagiti di ‘Pump Up The Volume’. Quindi parte il riff di chitarra, e si inizia a ballare. La gente si scatena, anch’io verso la fine rinuncio alla dignità marmorea che mi aveva tenuto incollato al bancone e mi lancio nella calca. Nel frattempo passano perle di punk rock come ‘My Little Brother’ (dove i cinque colgono l’occasione per infilare un paio di battute mutuate dai Ramones, gridando ‘Hey Oh, Let’s Go!’) e ‘Moving To L.A.’, ma anche la lenta ‘Rusted Guns Of Milan’, o ancora la trita-top-of-the-pops ‘Direct Hit’, esagitata come da titolo (singolone che aveva preceduto ‘It’s A Bit Complicated’). E poi ancora l’inevitabile ‘Emily Kane’, cronaca di un’amore ai tempi del ginnasio, un po’ buffo, un po’ ingenuo, e che rimane inevitabilmente marcato a fuoco nella memoria. Brano che Eddie chiude con una frase destinata a mandare in sollucchero noi smithsòmani, sussurando “there is a light that never goes out” nel microfono, per poi soffiarci sopra mentre sul palco si fa buio per qualche secondo. È passata quindi la mezzanotte, fra corse lungo il palco e la straordinaria stazza di Eddie Argos, ben lontana dalle taglie canoniche del rock’n’roll. Si scherza, non si contano più gli interventi (col pesante e incisivo accento cockney) e le riprese strumentali in mezzo ai brani. Segno che l’improvvisazione brillante fa sempre più rumore di un’esibizione pianificata al dettaglio. Tanto che a un certo punto – mentre gli altri continuano a suonare – Eddie guadagna la pista e si mette a ballare in mezzo alla gente: quando torna sul palco e recupera il microfono, non sono il solo ad accorgersi che la cravatta che portava al collo è scomparsa. Ma è il tour-de-force conclusivo, ‘Good Weekend’, ‘Bang Bang Rock And Roll’ e ‘Formed A Band’ suonati tutti d’un fiato, a siglare il successo di questi allegri caciaroni. Che lasciano la scena nel tripudio generale di grida e battimani. Niente male, per chi diceva di non sopportare (the second time around) il suono dei Velvet Underground.

Filippo Bizzaglia

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