Ardecore + Uzeda @ Init [Roma, 23/Marzo/2012]

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L’Init fin’ora non mi ha mai deluso. Sarà stato anche merito mio l’aver sempre scelto serate adatte ai miei gusti musicali, ma quel palco, quella sala, li associo sempre a bei momenti. E vedere le espressioni “cartoonesche” di Agostino Tilotta, vedere come cazzo suona quella chitarra, sentire la voce malinconica di Giovanna Cacciola e quella sezione ritmica che sembra un addizione per quanto è schematica, mi ha dato una soddisfazione immensa. Vedere poi gli Ardecore dal vivo mi ha incuriosito non poco, vista la fama della band, visti i tanti riferimenti popolari/colti che inseriscono nei brani, visti i tanti cambi di formazione nel corso degli anni. Una serata in cui entrambe le formazioni avrebbero dovuto chiudere cioè essere “quelle attese”, ma quello che si è creato è stato un vero e proprio doppio concerto dato dalla diversità di genere così marcata dei due gruppi: uno internazionale, alienante, ipnotico, grigio, secco, e l’altro di borgata, sognatore, rosso, pulsante.

Ore 22 e 30 circa: c’è addirittura una discreta fila all’ingresso del locale. All’interno vado subito verso il banchetto del merchandising ma niente di niente e mi ricordo che, si è vero, c’è tutta questa storia del merchandising dei gruppi indipendenti, però mi sarebbe piaciuto comprarmi ‘Stella’. Mi fa piacere poi incrociare Serena e Luca dei Viva Santa Claus (e di svariati altri progetti). Insomma Roma è questa, ci si ritrova spesso, soprattutto se ci sono grandi eventi come quello di stasera. Non so quanto passa prima che il concerto inizi ma tutto si svolge senza intoppi: per me birra, sigaretta e subito dentro, mentre sul palco Tilotta si prepara. In pochi minuti i quattro sono tutti sopra, le luci si abbassano, e si parte. Ecco. Da questo momento in poi rimarrò ipnotizzato dalla loro esibizione. Conoscete il detto ascoltare musica è come contare senza accorgersene (più o meno era così)? Beh è proprio questo il punto, gli Uzeda sono dissonanti eppure c’è precisione, il tutto combacia. Se sento la chitarra stridere in modo metallico sembra non avere senso eppure Tilotta non conclude quasi nessun riff su una nota che sia scontata rispetto a quella precedente. E questo non è un caso. Molti brani che hanno eseguito avevano una linea di basso sempre uguale, per tutto il pezzo, penso a ‘This Heat’ come a ‘Time Below Zero’, e la batteria che si intrecciava a queste linee così bene, così perfetta, non aveva mai un tempo che fosse banale. Poteva essere semplice, scarna, ma mai scontata. L’inizio di ‘Stomp’ può far capire cosa intendo. Man mano che gli Uzeda proseguono la loro scaletta vedo un pubblico realmente attento, ipnotizzato forse come me, almeno mi piace pensarla così. E c’è un’altra cosa che mi è piaciuta molto: i suoni degli strumenti. Il basso metallico di cui forse si sentiva anche un po’ di plettro sulle corde e la chitarra a metà tra una sega elettrica e un ampli sfondato. Poche parole, pochi movimenti (tranne quelli del viso di Agostino Tilotta, ai limiti della frenesia) una frontwoman che non catalizza l’attenzione su di se: bellissimo!

Torno in me quando si riaccendono le luci e gli Uzeda appoggiano gli strumenti lasciando il palco. Sono in molti a volere un bis tra l’altro, ma niente da fare, come spiegano a gesti c’è un’altra band dopo, e si rischia di togliere spazio. E allora di nuovo esco: sigaretta, birra e rientro. Gli Ardecore sono pronti. Vedo Giampaolo Felici e Sarah Dietrich oltre che i restanti tre musicisti. Un bel contrabbasso, una batteria e una tastiera. L’atmosfera è così soffusa che, se non fosse per la voce roca e il fare decisamente rockenroll di Giampaolo felici sembrerebbe quasi anni ’30. Offrono un’esibizione molto bella, toccante, in cui l’ironia, la ruvidezza di Felici si intrecciano con la voce angelica di Sarah Dietrich, entrata nella loro formazione da poco tempo, in occasione del loro ultimo lavoro ‘San Cadoco’. Le tradizioni di Roma, con tutto il suo bagaglio culturale, popolare ma colto, sono le fondamenta della musica degli Ardecore. Così su di una base di contrabbasso, tastiera, batteria e chitarra ritmica leggermente distorta si adagiano parole trascinate come sono quelle romane, urlate, ruvide e dolci, senza lasciarsi sfuggire qualche “chiccheria sperimentale”. Così, ancora una volta, si torna a casa soddisfatti!

Marco Casciani

3 COMMENTS

  1. Ci sarebbe da sottolineare che il concerto ha radunato davvero un bel po’ di gente, è vero che l’abito non fa il monaco ma alcuni sembravano pesci fuor d’acqua, dai tizi in giacca e cravatta ad alcune graziose signorine in tiro. Poi, però, soprattutto durante il set degli Ardecore, da metà sala in poi non c’era verso di sentire SOLO il concerto, dovevi goderti tutte le chiacchiere annesse e connesse, tant’è che io e il mio amico ce ne siam andati dopo qualche brano del set di Felici & co., impossibile concentrarsi sulla musica. Ora, io lo so che ormai il pubblico medio ai concerti è una merda (e non solo a Roma) ma il colmo era che parte di quella gente si lamentava del caldo in sala. Ma invece di uscire e godersi la bella serata fuori…restava in sala, continuando a lamentarsi del caldo, all’incirca tra le domande “cos’hai fatto oggi?” e “cosa facciamo dopo?” e relative risposte.

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