Arctic Monkeys + The Vaccines + Miles Kane @ Ippodromo delle Capannelle [Roma, 10/Luglio/2013]

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Sudore, pogo e rock ‘n’ roll. In un mondo che viaggia a 140 caratteri, che usa e getta in un nanosecondo qualsiasi informazione gli venga data in pasto, sarebbe sufficiente la prima frase per descrivere i live ai quali ho assistito stasera. Ma avendo l’onere e soprattutto l’onore di scrivere per Nerds Attack! non posso far altro che recensire lungamente quello che per alcuni resterà l’evento principale di questa climaticamente anomala estate romana. D’altronde per i nostri lettori la musica non è cibo da fast food, ma qualcosa da attendere, gustare, digerire e soprattutto vivere con emozione e tanto cuore. Ed allora partiamo col racconto. Il biglietto per gli Arctic Monkeys a Roma l’ho preso nel primo minuto dalla messa in vendita, troppe volte me li ero persi e troppo avevano segnato il mio ultimo decennio per rischiare di non partecipare a questo evento. Piacevole sorpresa è stata poi l’integrazione della line up, con l’inserimento di Miles Kane, grande amico (o forse qualcosa in più) di Alex Turner ed artista che avevo seguito fin dai suoi esordi, e The Vaccines, band londinese che molto avevo apprezzato nelle due prove frutto del lavoro in studio, ma che mi aveva sconvolto per la pochezza delle prestazioni live, da me ascoltate finora unicamente tramite clip e dischi registrati durante le loro esibizioni. Un trio quindi totalmente di matrice British, qualcosa che non può che attirare i romani della mia generazione, un po’ come l’American Dream fece presa su quelli della generazione precedente.

Per arrivare all’ippodromo delle Capannelle in orario le precauzioni prese sono state numerose. La preoccupazione per traffico sul raccordo, parcheggio, fila all’ingresso e scelta di una postazione dignitosa da cui assistere allo spettacolo faranno sì che nonostante il primo live sia previsto per le 20, la partenza avvenga ben tre ore prima. Curiosamente, causa molteplici incidenti di (e sul) percorso, partire con grande anticipo mi permetterà di arrivare soltanto a ridosso dell’orario di inizio di questo mini-festival. Neanche il tempo di dare un’occhiata al banchetto del merchandising ed essere aggrediti dalle squadracce di promoter in assetto da guerra posizionate all’entrata, e Miles Kane salirà sul palco, accompagnato dalla sua band ed abbigliato con una camicia azzurra più chiara di almeno tre tonalità rispetto al plumbeo cielo che minacciosamente ci avvertirà con lampi e tuoni che no, neanche oggi potremo goderci la serata senza precipitazioni atmosferiche. L’artista proveniente dal Merseyside ci aveva incuriosito nei suoi due LP, mai però convincendoci del tutto. Nel suo set, durato un’ora scarsa, riuscirà nell’impresa di capovolgere il nostro giudizio: l’arrangiamento live dei suoi brani è puramente rock ‘n’ roll e la sua presenza sul palco farà il resto, entusiasmando i presenti, molti dei quali al primo approccio con il ragazzo salito alle cronache con il duo The Last Shadow Puppets, nel quale condivideva il ruolo di frontman proprio con il leader degli Arctic Monkeys. Non siamo qui a recitarvi le setlist, specialmente se parliamo di un opening act, ma saremmo ingenerosi a non menzionare ‘Rearrange’ e la conclusiva ‘Come Closer’, due brani già piacevoli nella versione contenuta nell’album, ma letteralmente esplosivi nell’esecuzione dal vivo.

Basteranno soli dieci minuti per preparare il palco per The Vaccines, i quali saranno accompagnati on stage da un telone raffigurante la cover della loro ultima fatica ‘Come Of Age’, trattata con un effetto “negativo”. Stesso effetto, anche se non nel senso fotografico del termine, ci farà la voce di Justin Young, davvero inadatto come cantante per certi palcoscenici. Amiamo molti brani della sua band, nei quali spesso abbiamo ritrovato testi sopra la media, così come conosciamo bene la storia dei ripetuti problemi alle corde vocali patiti dal frontman stesso, ma talvolta più che ad un live ci è sembrato di assistere ad un karaoke, col pubblico che arrivava con la voce laddove lui non riusciva a spingersi. Il divertimento comunque non è mancato, così come il pogo, inaugurato con la potente ‘Blow It Up’, proposta in apertura di scaletta. I fan non resteranno delusi dalla setlist, equilibrato mix tra vecchi e nuovi successi, musicalmente ben interpretati ed arrangiati, ma certo non degni eredi delle versioni studio per i motivi succitati.

L’attesa prima dell’arrivo sul palco dei ragazzi di Sheffield sarà lunga ed anche un po’ snervante, come succede di consueto quando sulla scena stanno per apparire delle band amate quanto blasonate. Dopo giochi di luci e suoni, apparirà una AM luminosa grande quanto il palco a farci capire che il momento tanto atteso è finalmente arrivato. Certo, mesi fa all’acquisto del biglietto credevamo di potervi assistere in tenuta balneare, mentre ora una buona percentuale degli spettatori sta armeggiando con i propri k-way, ma il clima, per quanto destabilizzante, resta l’ultimo dei pensieri per i presenti che ormai disseminano lo spazio sotto il Black Stage dell’Ippodromo, occupandone oltre 100 metri, per non parlare delle due tribunette, anch’esse quasi del tutto gremite. Ed eccoli gli Arctic, con un Alex che ormai da tempo ha abbandonato la sua immagine da inglesino di periferia che si veste bene e si comporta male, appannaggio di un look basato su camicie inquardabili (stasera color mirtillo) a maniche corte e con qualche bottone slacciato di troppo, specie se rapportato ai suoi esordi in cui indossava polo chiuse fino al colletto. Primo brano in scaletta sarà ‘Do I Wanna Know’, traccia che verrà inclusa nella prossima fatica discografica, in uscita a settembre e titolata semplicemente ‘AM’. Il brano non gode di particolari accelerazioni nel suo sviluppo ed il ritmo resta sempre piuttosto basso, ma risulterà piacevole ed inappuntabile sia sotto la parte vocale che in quella strumentale. Seguiranno la celeberrima ‘Brianstorm’ e l’atomica ‘Dancing Shoes’, brani belli, cantati bene ed eseguiti meglio, ma i volumi ci sembreranno bassi ed il suono soffocato, nonostante la nostra posizione al centro della folla ci sembri quella migliore per ascoltare il live. Ma quando usciranno fuori pezzi come ‘Crying Lightning’ e ‘Brick By Brick’ l’entusiasmo prenderà il sopravvento sul nostro orecchio critico e ci lasceremo trasportare dalla folla pogante senza soluzione di continuità. Durante ‘I Bet You Look Good On The Dancefloor’, uno dei nostri brani preferiti in assoluto, cercheremo principalmente di portare a casa la pelle, che allo scoccare della mezzanotte compiremo gli anni e beh, gradiremmo arrivarci, se non tutti interi, almeno in vita. Il set regolare si chiuderà col binomio composto dalla epocale ‘Fluorescent Adolescent’ e dalla recente ‘R U Mine?’, un altro dei brani che la band inserirà nel prossimo LP. Non parleremo del carico di significati che col tempo gli abbiamo dato, perché si tratta di cose personali quanto struggenti, e di cui, soprattutto, non importa niente a nessuno. Chiusa questa prima parte di live gli Arctic Monkeys usciranno dal palco senza degnare di uno sguardo o una parola il proprio pubblico che, da par suo, non crederà nemmeno per un attimo che il live sia finito proprio così. Si ripartirà in semiacustico: ‘Cornerstone’, brano dalle liriche sopraffine, suonerà gracchiante come un vecchio disco lasciato girare su un vetusto giradischi. Che siano pecche tecniche o dell’impianto non ci è dato saperlo, ma resterà un po’ di rammarico per la resa al limite del fastidioso di questo brano. Anche ‘Mardy Bum’ seguirà l’andazzo del pezzo precedente, perdendo una buona dose del suo decennale fascino, come fosse una bella signora che ha avuto la malsana idea di fare ricorso al bisturi, peggiorando i suoi tratti. Poi sarà il turno di ‘When The Sun Goes Down’, dove gli ultimi volenterosi e fisicamente attrezzati accenneranno per l’ultima volta il pogo, vero protagonista dell’evento. La chiusura avverrà col lento ‘505’, con tanto di accompagnamento della chitarra di Miles Kane, risalito sul palco per l’occasione. Il malinconico brano sarà l’ideale per recuperare un po’ di fiato prima di affrontare l’odissea coda-uscita-macchina-coda-casa e ripensare all’andamento della serata, entusiasmante quanto indimenticabile. Resta un dilemma: come potremo toglierci la tentazione di ripartire per il Regno Unito, dopo aver ascoltato, con delizioso accompagnamento musicale, tutte queste storie tipicamente britanniche? Probabilmente, come diceva quel tizio che proprio in Inghilterra costruì le sue fortune, l’unico modo sarà cedervi.

Andrea Lucarini

7 COMMENTS

  1. Premetto che a me il live (parlo di Am) è piaciuto e mi sono divertito: sottolineo comunque che rispetto a qualche anno fa sono completamente un’altra band, meno attitudine rocknroll e più piacioneria. Che poi comunque a sbagliare sbagliano sempre tanto (Turner avesse preso n’attacco ieri), forse era meglio tenere un po’ di furore.
    Detto questo è stato comunque divertente, mi ripeto.

  2. Grazie mille Diletta!
    Simone oltre a quello che dici tu ho avuto anche la vaga impressione che vadano un pó troppo col pilota automatico, ma facendo centinaia di date credo sia naturale. Per il resto non sono certo loro quelli da cui mi aspetto prodigi in fatto di tecnica, ma giusto un live divertente.

  3. Ma sì, difatti poi uno deve giudicare una esibizione live si parte anche dal discorso “cosa puoi chiedere al gruppo xyz”.
    Che poi Turner è sempre stato uno da colpo di genio, onestamente.

    Diciamo che dopo 230 miliardi di date non tutti hanno sempre la freschezza degli esordi, ma è anche normale così.

    Credo che nessun fan del gruppo ieri possa essere stato deluso.

  4. Miles Kane Mattatore.

    Lo voglio sul comodino, voglio andarci a bere, lo voglio come testimone di matrimonio.

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