Arctic Monkeys @ Auditorium [Roma, 26/Maggio/2018]

641

Vorrei subito esordire con una vanità tutta femminile. Per gli Arctic Monkeys sono (stata) sempre disposta a tutto. Come in passato anche oggi. Piccoli e grandi sacrifici. Sforzi economici, colpi di testa, assenze (in)giustificate, file chilometriche (mai vista ad esempio una così lunga per entrare all’Auditorium), ematomi, dolori, indumenti strappati (dagli altri) e soprattutto gioie. Perchè seppur la mia età appartenga ad un’altra generazione musicale (in qualche report passato lo racconto anche) la band di Sheffield, quasi raddoppiata nell’occasione live, rappresenta la vera mosca bianca della musica cosiddetta “indie”, quella nata agli inizi del nuovo millennio. A guardarsi dietro c’è rimasto infatti ben poco di quell’ondata con i capelli arruffati, i pantaloni a cicca, i riff sixties, i giacchetti lisi di pelle. A guadare il fiume del passaggio alla vita adulta ci sono riusciti probabilmente solo Alex Turner e soci. La discografia parla chiaro, i progetti paralleli anche, l’ultimo affascinante viaggio retrò pure. E poi c’è l’aspetto più importante, FONDAMENTALE, ovverosia la dimensione live. Sul palco gli AM sono delle belve. Che prendono piste, strade e autostrade a colleghi, coetanei, conterranei, epigoni e imitatori dell’ultima ora. Una band vera, che pian piano sta diventando una band “classica”.

La Cavea dell’auditorio romano (per chi scrive il posto migliore dove ascoltare musica in questa tartassata capitale) è ovviamente stracolma per il primo dei due sold out fatti registrare alla velocità della luce. Moltitudine umana che ben presto si trasformerà in bolgia indefinita. In corpi in continuo movimento, tra ondeggiamenti e moti sussultori tellurici (‘Brainstorm’ rivela lo stato di massimo eccitamento e euforia dei presenti). Una ventina i pezzi presentati (standard numerico che probabilmente si ripeterà per tutto il tour) con lo sfondo della grande scritta luminosa “MONKEYS” a vegliare su uno show perfetto, totale, tra curve e lunghe discese a rotta di collo, momenti di puro sentimento e altri di grande rapimento emozionale. Elegantissimi come sempre dimostrano che anche il look è elemento cardine e non andrebbe mai sottovalutato o peggio ancora dimenticato. Lo stile Arctic Monkeys è soprattutto Alex Turner. Splendido quando si siede al “piano” e con un “Grazie Roma” annuncia la title track dell’ultimo lavoro, l’atmosfera si quieta e il cielo della città rimane solo illuminato dagli iPhone che registrano la prelibatezza (sembra brutto dirlo ma è così). ‘505’ (che chiudeva alla grande il secondo album) è un altro squarcio dentro il cuore, prima ancora piazzata lì era già arrivata ‘Crying Lightning’ giusto per la cronaca, ma è tutta la parte centrale a sembrare una playlist perfetta, di quelle che ascolti quando sei sola dentro e vuoi esserlo anche attorno. Si ritorna agli esordi, ‘I Bet You Look Good on the Dancefloor’ serve infatti da break ma è solo un attimo perchè ‘Cornerstone’ così recitata, così interpretata dal frontman 32enne è altra dolcezza e intimità. Si va avanti con sapori vintage e ammiccamenti, sound seducente come una mano che passa furtiva tra i capelli, e verso la fine il carattere e la spinta decisiva, che tutto sconvolge. L’orgasmica ‘Do I Wanna Know?’ chiude solo in apparenza l’esibizione. ‘The View From Afternoon’ e ‘Arabella’ sono un’accoppiata sghemba e perfetta fino al commiato tradotto da ‘Mardy Bum’ (scheggia da crooner di Turner) appiccicata a un cavallo di grandi battaglie come la destabilizzante ‘R U Mine?’. Per gli Arctic Monkeys sarò sempre disposta a tutto. Vanità, egoismo e superbia.

Silvia Testa