Archive @ Circolo degli Artisti [Roma, 23/Novembre/2012]

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Non so quante persone possa contenere il Circolo degli Artisti, fatto sta che gli Archive lo hanno riempito tutto (sold out). E non contenti, hanno aggiunto un’altra data romana, all’Orion di Ciampino, e sono riusciti a riempire pure quello (ma il sold out non l’hanno bissato). Ebbene più li ascolto più non riesco a capacitarmi del perché sia accaduta una cosa simile. Anche al termine del concerto le mie perplessità non si sono dipanate, bensì sono aumentate esponenzialmente. Gli Archive: questa ibrida creatura che sul palco venerdì sera ha portato ben nove elementi, i quali allegri si sono disimpegnati all’interno di uno zibaldone musicale (nel quale troviamo piccoli elementi di rock, pop, soul, funk e molto altro) dalle finalità trip-hop a volte celate, a volte palesate. Gli Archive: il loro nome è stato pronunciato da Radio Rock non poche volte, tanto da far pensare che la vera causa del sold out non siano state le indubbie qualità della band, bensì la riuscitissima propaganda di una stazione radio. Che a quanto pare ha regalato una serata senza pari. A quanto pare, dato che a mio avviso gli Archive, ottima band piena di ottimi musicisti di grande versatilità, non riescono ad essere coinvolgenti. Una patina di cellophane copre gli strumenti, gli ampli, i musicisti stessi (naturalmente stiamo parlando di cellophane immaginario), e il palco stesso è coperto da una fiumana di teste che del concerto non m’hanno fatto vedere quasi nulla (e neanche ascoltare, visto che proprio dietro di me c’era il classico stronzo che parla a voce altra perché pensa di dire cose interessantissime). Il sound è pulito, troppo pulito, le voci sono sterili, e le ritmiche nella maggioranza dei casi sono poco convincenti: tecnicamente inappuntabili, ma come diceva saggiamente Jimmy Page “the technique does not count, I deal with emotions”. Il pubblico sembrava in larga parte soddisfatto, pochi altri invece hanno storto il naso per quasi tutta la durata del concerto. Io stavo con quelli che storcevano il naso, soprattutto perché quando è partita ‘Fuck You’ un incredibile boato s’è sollevato da parte della larga parte soddisfatta, che all’istante sembrava un raduno di tanti piccoli idioti in estasi perché il loro artista preferito ha il coraggio di dire una parolaccia e di intitolarci una canzone; e io non sono un piccolo idiota. Hanno attraversato più o meno tutta la loro discografia, tralasciando soltanto Londinium (l’unico disco davvero interessante), e hanno intrattenuto il pubblico per ben due ore, con un doppio bis da molti invocato, da pochi altri scongiurato. Ed io ero tra quelli che scongiuravano. E così chi si aspettava una serata carina e piacevole è stato accontentato, ma chi invece premeva per assistere ad un vero e proprio evento è stato ineluttabilmente deluso. E, per come la penso io, in tempi di crisi non esiste serata carina e piacevole che valga venti euro.

Stefano Ribeca