Architecture In Helsinki @ Circolo degli Artisti [Roma, 15/Novembre/2005]

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Una festa! Da riassumersi cosi la serata del concerto degli Architecture In Helsinki. Di nuovo un pienone per il Circolo anche se di Martedì. Ah, il download! Giusto due righe di preambolo per introdurre la band. Gli AIN sono un gruppo australiano composto da otto elementi autori del recentissimo e zuccheroso ‘In Case We Die’ oltre che del precedente ‘Fingers Crossed’. Il loro sound è incanalabile come un misto di pop, rock, grasse melodie vocali ad intreccio mescolate a ogni tipo di genere musicale dallo jazz allo swing alle marce militari, al folk, il tutto non frullato alla rinfusa ma in modo tale che le loro strambe composizioni siano assimilabili come delle normali canzoni pop. La band oltre agli strumenti classici si avvale di tromba, trombone, oboe, flauto e un’ampissima gamma di strumenti a percussione, triangoli, nacchere e bonghi. Ma anche pezzi inusuali come piastre di ferro e strumenti “fisici”, preponderanti nel loro suono, come “claps”, schiocchi di dita e di labbra, urli sguaiati, tutto fa parte e può essere utile per il loro zuccheroso caleidoscopio di suoni. Presentatisi con il peggior look dell’anno, in particolar modo le tre ragazze vestite da educande dell’800, gli AIN hanno dato via allo show aprendo le danze, nel vero senso della parola, con il singolo ‘It’s 5!’ prima miscellanea di stravaganze musicali per poi seguitare con ‘In Case We Die’, l’irriverente ‘Cemetary’, la dolcissima ‘Maybe You Can Owe’, la gustosa ‘Wishbone’ che ha scatenato deliri, oltre a brani dal primo album e al loro manifesto ‘We Need To Shout’. Il gruppo si diverte e fa divertire un pubblico che conosce a memoria i brani e che al pari del sottoscritto pare aver consumato l’ascolto del loro album. In puro spirito punk ognuno suona praticamente ogni strumento e cantano alternandosi al microfono, ma il loro show oltre che da sentire è bello da vedere con espressioni grottesche, urli, balletti demenziali dei cantanti e delle ragazze, splendidi e buffi arrangiamenti vocali. Tutto questo rende anche visivamente l’idea della loro musica che è un’invidiabile alchimia di irriverenza e joi de vivre dove si fondono momenti al limite del noise, partiture musicali dissonanti alla Gentle Giant e canzoni che hanno il sapore di cartoni animati (vedi ‘Wishbone’) o marcette militari fatte con gli strumenti a fiato, quasi al limite del demenziale. Una jam session finale stile carnevale carioca segna purtroppo il finale a un concerto molto difficile da dimenticare e dopo il quale anche aspettare i soliti due cazzo di autobus notturni sotto l’acqua può essere visto come una cosa divertente. Ci hanno promesso di ritornare al più presto: ce lo auguriamo di gran cuore! Eterni ringraziamenti agli organizzatori per averli portati dall’Australia fino a qui.

Dante Natale

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