Archie Bronson Outfit + To Rococo Rot @ Circolo degli Artisti [Roma, 22/Aprile/2010]

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Nota di servizio. I tre ladri del maglioncino, per la ragazza che ha subito il furto e per chi c’era, erano due ragazzi e una ragazza. Accento toscano, lei capelli rossi lisci con frangietta, uno di loro capelli folti ricci. Questi i fatti. Veniamo al concerto. Se pronunci il loro nome con voce alta e possente, guardando le nuvole e tenendo il pugno chiuso ti senti forte come Mao, se pronunci il titolo del loro secondo disco ‘Derdang Derdang’, ti senti come se ti stessero picchiando con un incudine da maniscalco sui denti, mentre se pronunci il titolo del nuovo disco ti senti uno scemo. Sono gli Archie Bronson Outfit che stasera assieme ai To Rococo Rot, compagni di scuderia (che confesserano però di non aver mai sentito parlare degli Archie anche se “dal soundcheck sembrano interessanti”), offriranno un degno spettacolo di musica rock presentando il loro ultimo disco ‘Coconut’. Stranamente il Circolo è mezzo vuoto. Mai me lo sarei aspettato. Ultimamente, per qualsiasi frescaccia che vengo a vedere qui trovo difficoltà anche a muovermi rasente al muro, mentre oggi la folla non raggiunge neanche la fine del bancone del bar. Misteri di questa città.

L’ora dei To Rococo Rot scorre un po’ sonnacchiosa, a volte hanno dei singulti, delle ritmiche kraut, o indietronica come la chiamano in molti, asciutte e ballabili che destano il mio interesse ma devo dire che per la quasi totalità della loro esibizione mi sono creato da solo magnifici sbadigli a tutto tondo. Preferisco decisamente il progetto Tarwater del batterista Lippok.

Segue il siparietto d’apertura. Tre banditi si spartiscono un ricco bottino di un maglioncino, negano l’evidenza alla povera ragazza disperata che lo cerca e se ne vanno fuori a sghignazzare. Fumano pure durante il concerto. Aria da duri, da teppistelli. Da merde. Per un maglioncino.

Gli Archie si presentano sul palco vestiti con delle tuniche psichedeliche forse a causa della svolta psych nel nuovo disco; sono un po’ scemi con quelle vesti a dire il vero ma basta l’apertura per capire che non c’è nulla da ridere. Suoni acidi e pesanti, ritmi incalzanti, gli ABO prendono i brani miglior della loro discografia, da ‘Cherry Lips’ a ‘Kink’ e li squarciano per il pubblico. Sono sferzate che lasciano il segno, che non possono lasciare indifferenti e la voce sciamanica di Windett mostra tutta la sua ferocia. Funzionano perfettamente anche i nuovi brani come l’eruttiva  e tiratissima ‘Wild Strawberries’ e la funky ‘Chunk’, very very sexual. Le chitarre diventano sempre più nebulose  quando parte ‘Magnetic Warrior’ e la resa live è impressionante. Ogni tanto qualche pausa, qualche rallentamento ma nella sostanza la band dimostra caratura superiore. Si chiude in bellezza con la quasi punk rock ‘Run Gospel Singer’, ultimo brano del nuovo disco. Un peccato che sia rimasta fuori la mia preferita, la delicata ‘Blind You Down’ ma forse era fuori contesto visto l’alto livello di frastuono provocato dai tre inglesi: gli Archie Bronson Outfit.

Dante Natale