Arcade Fire @ Piazza Napoleone [Lucca, 9/Luglio/2011]

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Una strana mescolanza di persone affolla le strette strade medievali di Lucca durante il Summer Festival. Stasera i colori del popolo rock si fondono con l’atmosfera festiva degli abitanti, quelli che alla gita al mare hanno preferito i saldi dei negozi di Via Fillungo e l’aperitivo del sabato sera. Si fa fatica a distinguere tra i turisti, gruppi di vere e proprie famiglie con figli a carico, chi è giunto fin qui per assistere ad un concerto a lungo atteso. Mentre cerco di tenere a bada le aspettative, i sogni di una serata memorabile, rimango improvvisamente affascinato dalla marmorea figura alata che sovrasta la facciata della splendida chiesa di San Michele. Tra le comitive di stranieri a scattare foto c’è anche qualche fan degli Arcade Fire, poi già poco dopo le 19.30 la folla è quasi tutta lì, nella vicina Piazza Napoleone. Giovani, giovanissimi, qualche capello bianco, anche un giovane padre con bimba sulle spalle, la maggior parte dei presenti è seduta a terra a scambiare due chiacchiere, mentre in una posizione invidiabile noto la suggestiva statua di Maria Luisa di Borbone, rialzata, con lo sguardo rivolto verso il palco.

Poco dopo le 20 la piazza è ormai quasi piena, mi ritrovo a curiosare presso il merchandising ufficiale, dove campeggiano magliette pro-Haiti (parte dei proventi di questa serata saranno devoluti all’organizzazione Partners in Health per la ricostruzione dell’isola), mentre sul palco arrivano gli A Classic Education. Questo gruppo bolognese con voce canadese (Johnatan Clancy, ex Settlefish) ha all’attivo un solo EP ma ha già avuto l’onore di aprire il concerto degli Arcade Fire qualche anno fa a Ferrara ed è reduce da un tour nordamericano con i British Sea Power. Su disco suonano un pop sognante e spensierato dalle tinte psichedeliche, sul palco molto più rock, sixties ma con spunti melodici che rievocano i Pavement. Una quarantina di minuti sono sufficienti ad infondere l’affetto del pubblico che a fine esibizione applaude calorosamente, con un’euforia che rivela l’impazienza per l’imminente esibizione del collettivo di Montreal.

Inizia a calare il buio, bisogna attendere fino alle 21.30 per vedere accendersi le prime luci poste sul maxischermo dietro al palco. Partono alcune proiezioni, prima una scena estratta da “I Guerrieri Della Notte” (la grande adunata nel parco del Bronx), poi bastano pochi secondi del cortometraggio di Spike Jonze “Scenes From The Suburbs” per far salire le grida della folla, e finalmente, mentre le proiezioni proseguono, gli Arcade Fire fanno il loro ingresso sul palco accolti da un’ovazione. L’apertura è impressionante, non si riesce a capire se a far muovere i capelli delle violiniste sia una improvvisa folata di vento o dei vortici d’aria generati dall’impetuosa, magnifica esecuzione di ‘Ready To Start’. Si capisce subito che si sta assistendo ad un evento dallo straordinario impatto emotivo, un’esperienza catartica difficile da tradurre a parole. Tutti i polistrumentisti della band – il più esagitato è William, il fratello di Win Butler – si alternano ai vari strumenti participando con incredibile furore e trasporto emotivo ad uno spettacolo che assume sempre più i connotati epici di una tragedia greca: le splendide interpretazioni di alcune canzoni storiche (‘Tunnels’,’Laika’,’Rebellion’,’No Cars Go’) sono dei veri e propri inni corali cantati a gran voce da tutta la piazza. La voce angelica di Regine Chassagne fa la sua comparsa in ‘Haiti’ e in ‘Mountains Beyond Mountains’, durante la quale si prodiga in una danza con dei nastri colorati, poi dopo la pausa di rito si ripresenta sul palco con una ghironda per accompagnare la band in ‘Keep The Car Running’. La giusta chiusura, con il pubblico ormai in delirio, è affidata ai cori della commovente ‘Wake Up’, e al suo finale in crescendo, da brividi. Lasciano il tempo che trovano eventuali critiche riguardanti la mancanza di ‘Suburban War’ dalla setlist, la performance un po confusionaria di ‘Month Of May’, forse dovuta alla foga eccessiva, la resa un po sottotono dell’inedita ‘Speaking in Tongue’. Lasciano il tempo che trovano le etichettature addossate alla band dopo il successo planetario di ‘The Suburbs’ e la recente vittoria ai Grammy Awards, il termine “mainstream” nella sua accezione più negativa. La musica orchestrale degli Arcade Fire è sempre stata “accessibile” forse perchè più orientata al pop rock che al post rock nonostante le sue molteplici influenze (dal folk alla new wave), ed ora i ragazzi si sono liberati di alcune paure che rendevano il loro suono più cupo e malinconico, sono usciti dal villaggio per esplorare la metropoli con la stessa ingenuità e lo spirito candido dei bambini. Forse alla fine di tutta l’esplorazione arriveranno là dove hanno cominciato, per conoscere quel posto per la prima volta.

Matteo Ravenna

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