Arcade Fire @ Ippodromo delle Capannelle [Roma, 23/Giugno/2014]

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Un percorso inverso. Quello che ho personalmente fatto per accogliere in casa gli Arcade Fire e lasciarli riposare nella massima tranquillità familiare. Perchè come tanti (forse tutti) non sono affatto partito dai primi (due) album, mai sinceramente digeriti, come del resto tutto l’indie-rock griffato nuovo millennio, troppo intento a rimirarsi capelli arruffati e giacche stropicciate, a saccheggiare senza costrutto il passato, a costruirsi un presente senza futuro. Per molti gruppi così è stato. Dopo gli iniziali vagiti di effimero piacere artistico, poco, oggi, rimane di quell’anno tragico e nodale, dell’anno 2001. Ascesa e declino di decine di next big thing, di sicure promesse (solo sulla carta), di una gioventù vestita Urban Outfitters e H&M, dai profumi misto plastica-cartone. Gli stessi odori che si respirano tra gli scaffali delle offerte dei grandi magazzini musicali. In un siffatto scenario, tra l’esigua percentuale di un’ardimentosa resistenza musicale, si staglia il talento di pochi eletti, che han saputo far fronte alla crisi, che han saputo oltrepassare l’epicentro dell’implosione, che han saputo in un certo modo reinventarsi, guardare oltre. Una seconda opportunità per una nuova vita. La colorata e fracassona famigliola Arcade Fire (una sorta di consanguinea cooperativa d’altri tempi) appartiene alla lista degli oltrepassati a miglior vita lavorativa. Ingegno e stile tutto francofono (bizze comprese), zigzagamenti trasversali, a (ri)cucire gli strappi di influenze multicolore che ben vengono dichiarate attraverso una spasmodica rincorsa/ricerca alla cover. Dunque gli Arcade Fire partono da ‘Reflektor’. Ma non tornano indietro. Almeno per me. ‘Funeral’, ‘Neon Bible’ e ‘The Suburbs’ stanno lì a fare numero, a fare presenza, senza turbare l’esistenza quotidiana, la routine. Bigiotteria glam rock, paillettes luccicanti, maschere e pupazzi, trasformazioni e trasformati, aerofoni e omnichord, mirrorball e il bianco latte, trucchi, nani e ballerine, più che un’orchestra gli Arcade Fire sono un musical. E solo per questo dovrei odiarli con tutto il cuore.

Ma sono parole. Solo teoria. Sentimenti fluttuanti che sembrano scomparire e che invece ritornano, prosperati, fioriti. E quando sale alto il coro di ‘Wake Up‘, nel fantasmagorico finale, ancora una volta ringrazio la volta celeste per aver(mi) dato il tempo di capire, di comprendere, di assistere ad uno spettacolo unico. Ma unico davvero. Non c’è cosa più arricchente che potersi ricredere sul valore di un artista piuttosto che sulla qualità di un disco. Lasciarlo da parte, riprenderlo, tornare ad ascoltarlo, finalmente amarlo. In fondo è di musica che stiamo vivendo. Quando mi incammino sul viottolo semi-buio del ritorno, mentre salgono alti gli ultimi applausi romani, la bigiotteria glam rock si è trasformata in oro lucente, i bobblehead negli amici invisibili che vengono a cullarti prima di mezzanotte, i coriandoli colorati in soffici baci a labbra socchiuse, il musical in una rappresentazione di straordinaria coralità e armonia, in un sogno. Bastava poco. Bastava che gli Antibalas passassero il testimone degli afrobattiti direttamente all’anima percussiva degli Arcade Fire. Da una dozzina ad un’altra. Dalla New York di fine ’70 (Fela Kuti che incontra i Konk in un pomeriggio grondante di sole tra il sudiciume di qualche vicolo di Brooklyn) alla fusione della tradizione delle radici (l’inflessione e la malinconia, dunque l’ombra del padre Neil Young, le aritmie seminali dei Talking Heads, il lungo abbraccio ziggystardustiano) con la trasversalità in rima baciata alla voce modernità. La piccola orchestra Arcade Fire. Il viaggio sulla giostra glitterata si lancia a pieni giri al terzo step, perchè ‘Normal Person’ e ‘Reflektor’ pagano dazio a qualche errata taratura tecnica, poi è il crescendo dei grandi. Sull’altare sacrificale avviene la prima purificazione, ‘Flashbulb Eyes’, è mistica polifonia che corre sulla sottile linea rossa ad unire l’occidente afroamericano e il tribalismo d’oriente (se mai ce ne fosse uno). Mescolanza e aggregazione. Da dentro nasce ‘Neighborhood #3 (Power Out)’ che rimane il più grande omaggio del nuovo millennio agli ex-alunni della Rhode Island School of Design (Byrne/Frantz/Weymouth). Gli occhi di ‘Funeral’ mi guardano aspettando una risposta. Parentesi ‘The Suburbs’, la marcetta e il piano davanti al quale si siede Win Butler, ‘Ready To Start’ è l’indie-rock intercambiabile, dove tutti suonano tutto, multistrumentisti di se stessi. Incessante, penetrante, ‘Neighborhood #2 (Laika)’, apre il campo ad uno dei finali più entusiasmanti […]. Spazio libero per inserire a piacimento la conclusione della frase.

‘No Cars Go’, e per un attimo torna ad aprirsi la “bibbia”, rampa di lancio urlata al cielo per il groove ammaliante di ‘We Exist’, quasi i toni s’abbassassero per far spazio alla mostruosa grandeur di ‘Afterlife’. “… oh my God, what an awful word…” e ancora il verso più bello mai scritto dai canadesi, il verso più bello da cantare, mentre le teste ciondolano e le mani alzate accompagnano l’ondeggiare: “We scream and shout ‘till we work it out… … We scream and shout ‘till we work it out… We scream and shout ‘till we work it out…”. Reiterazione senza confini. Siamo al top. La minuta iperattiva Régine Chassagne ora è al centro della passerella, le note sono quelle di ‘It’s Never Over (Hey Orpheus)’, “Hey, Orpheus! I’m behind you. Don’t turn around. I can find you…”, si consuma la katàbasis, la personale discesa agli inferi degli Arcade Fire, la sposa morta viene riportata in vita. Mito e realtà si legano rigenerandosi poi nella serenità di ‘Sprawl II (Mountains Beyond Mountains)‘ dove protagonista è ancora lo scricciolo, è ancora la nostra “Reginella” e la sua voce tagliente, alle spalle ormai un arcobaleno di colori, come colorate sono le lingue di stoffa che lei stessa fa roteare in un accenno di danza liberatoria. Fine. Breve. Arriva il papocchio, la testa di Papa, ‘Pie Jesu Domine’ a benedire ‘Here Comes The Night Time‘. Il trittico conclusivo è tutta l’anima e allegoria, esplosione di gioia e vita, tesserine multicolore che vengono sparate, incrociate nella nostra notte di prima estate, a conferma dell’avvenenza di ‘Reflektor’, l’Ippodromo sembra ora un sambodromo, dopotutto non siamo poi così lontani. Manca poco ai saluti. Ci uniamo al coro di ‘Keep The Car Running’, profetica immagine che teniamo ben stretta tra le mani che non ce la fanno a non sollevarsi verso l’alto, poi l’annuncio che squarcia per intero l’arena: “the last song… thank you so much for coming…”. E nel momento in cui sale alto il coro di ‘Wake Up‘ ringrazio la volta celeste per aver(mi) dato il tempo di capire, di comprendere, di assistere ad uno spettacolo unico. Quando mi incammino sul viottolo semi-buio del ritorno, mentre salgono alti gli ultimi applausi romani, penso a quanto sia incomprensibile e allo stesso tempo incomparabile la vita. “My heart’s colder, and I can see that it’s a lie…”.

Emanuele Tamagnini

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