Arcade Fire @ Halle Tony Garnier [Lione, 26/Novembre/2010]

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Provare a recensire o a scrivere di un concerto come quello degli Arcade Fire è arduo almeno quanto lo era stato in occasione dei Radiohead a Milano. Questa volta però ho deciso di “emigrare”, destinazione Lione. Non mi sono mai stati troppo simpatici i francesi, ma questa volta devo dire che mi sono ricreduto; vedere un concerto così in piena tranquillità senza avere accanto persone fuori luogo è quanto di più bello si possa desiderare, per chi ama la musica e trova indispensabile andare ai concerti. Senza fare un secondo di coda sono dentro la Halle Tony Garnier, che a prima vista dall’esterno mi aveva dato l’idea di una ex fabbrica con l’esterno in mattoni rossi, splendidamente riadattata a sala da concerti. Le gradinate si riempiono lentamente, mentre mi districo tra la gente in piedi e in trepidante attesa; sono le otto ed entrano i Fucked Up, con un frontman è veramente “spazioso” ed energico: un orso canadese, ecco. A parte questa nota di folklore, il nome dice tutto ed infatti la prima cosa che ti passa per la testa è “fuck! this is hardcore!”. Eh si, proprio hardcore vecchio stile, con tre chitarre, batteria schiacciasassi, urla e cori melodici in secondo piano. Energici ed efficaci, i Fucked Up suonano per mezz’ora filata scaldando a dovere la Halle che ormai si è quasi riempita.

Poi le luci si spengono, in sottofondo ‘The Suburbs (Continued)’, infine loro: sono sette, otto, quasi non riesci a contarli. L’attacco è il affidato al riff monocorda di ‘Ready to Start’ e i suoni sono perfetti. Ma non quella perfezione che ti lascia indifferente: sono pieni, avvolgenti e ben amalgamati tra loro. Così come perfetta è l’alchimia tra i musicisti. Win Butler è sì il frontman, la voce principale e colui che sembra dirigere gli spostamenti sul palco (lo scambio di strumenti è onnipresente nel loro set), ma ci si accorge ben presto che senza il supporto degli altri componenti, la loro energia, il concerto non riuscirebbe così bene. Dopo un momento dedicato interamente a Regìne Chassagne alla voce principale [‘Haiti’ e ‘Sprawl II (Mountains Beyond Mountains)’] a metà concerto arriva ‘My Body is a Cage’, suonata per la prima volta in questo tour. In un silenzio quasi ipnotico la voce di Win Butler sembra arrivare a ciascuno dei presenti con una naturalezza impressionante, per poi esplodere in un finale intenso e cantato a piena voce da tutti. I visual alle spalle della band scandiscono e accompagnano il corso delle canzoni. C’è il video rallentato del novo short film di Spike Jonze, prodotto dagli stessi Arcade Fire e quindi ‘The Suburbs’, la cornice che racchiude il significato dell’intero disco. E’ la canzone che punta il faro sulla generazione di giovani di oggi (“by the time the first bomb fell, we were already bored”) più che essere un semplice quadro mainstream nostalgico su quello che è stato in passato. La tiratissima ‘Month of May’ spacca in due la scaletta e prepara la strada alla distesa innevata del vicinato evocata in ‘Neighbourhood #1 (Tunnels)’ e alla critica sui moderni metodi di comunicazione in commistione con la frenesia del contemporaneo di ‘We Used to Wait’. La chiusura della prima parte è esplosiva. Senza prendere fiato i canadesi suonano ‘Neighbourhood #3 (Power Out)’ nel quale il finale noise si incrocia con la linea dritta di basso di ‘Rebellion (Lies)’. L’encore è affidato ad ‘Intervention’ e a quello che tutti i presenti stanno aspettando: cantare a squarciagola ‘Wake Up’, che mette la parola fine ad ogni dubbio sulla qualità superiore del concerto. La forza degli Arcade Fire risiede, oltre che nello scrivere belle canzoni, nel collettivo e nella molteplicità di aspetti che riesce a rappresentare attraverso lo scambio degli strumenti (come detto, a turno tutti cantano o fanno i cori, suonano la chitarra, il basso, la batteria, il piano etc…) e nell’intensità di ogni singola canzone. Per il loro prossimo futuro mi auguro che le profezie di qualche giornalista musicale di massa non si avverino: ovvero gli Arcade Fire come i prossimi U2. Ho visto e sentito molta più qualità e umiltà in questo ensamble canadese che in tutta la carriera degli irlandesi. Con buona pace dei loro sostenitori.

Andrea Sassano