Arab Strap @ Circolo degli Artisti [Roma, 19/Febbraio/2006]

435

Stasera si fa sul serio!
Ce lo fa intuire lo splendido autobus del band service parcheggiato fuori il Circolo degli Artisti. La cosa diventa più che un sospetto quando, una volta entrati, si scopre con piacevole sorpresa che l’opening act dei Franklin Delano è già terminato alle 22:15 (non me ne vogliano, lo stupore era dovuto solo al fatto che la serata non si sarebbe protratta troppo oltre la mezzanotte, finalmente). Ma che si faccia sul serio lo si capisce definitivamente appena il duo scozzese (live per la prima volta a Roma, scandaloso), in formazione a 5 per l’occasione, attacca i primi brani ‘Stink’ e ‘Fucking Little Bastards’. Il suono è corposo, caldo e potente e la voce monocorde di Aidan Moffat è profonda e malinconica. Ma è al terzo pezzo, il bellissimo “Don’t ask me to dance”, che il coinvolgimento raggiunge l’apice: la prima parte arpeggiata (da un grande Malcolm Middleton) e ballabile fa da prequel godibilissimo a un finale ricco di esplosioni di chitarre e di percussioni. La loro epicità intimista più che farci sentire in uno stadio pieno di gente riesce a farci sentire uno stadio intero all’interno di ciascuno di noi.

Il concerto prosegue alternando ballate desolanti e nebbiose a sprazzi di luce e di calore, questi ultimi provenienti in gran parte dal loro ultimo ottimo lavoro ‘The Last Romance’ in cui si percepisce una speranza di inascita e un ottimismo che non faceva parte della loro precedente cifra stilistica. I brividi vanno e vengono (da pelle d’oca l’esecuzione di ‘Who Named The Days’). Il filo comune che lega il tutto sono i testi dolenti, ironici, che parlano di sesso, di uccelli (in tutti i sensi), di gambe chiuse e aperte a seconda dell’occasione, di amore quotidiano, di noia quotidiana. Il tono con cui Moffat li canta/recita è da perfetto scozzese ubriaco, quale in fondo è. Tanto che all’apertura del bis (iniziato con 2 pezzi acustici voce/chitarra) si scola una lattina di birra tutta d’un fiato tra gli applausi del pubblico, salvo accorgersi subito dopo che non è stata affatto una splendida idea. Il finale è da applausi: la canzone che chiude il concerto in maniera ufficiale è proprio quella che chiude il loro ultimo album e simbolicamente si intitola ‘There Is No Ending’, intensa ed epica ballata in stile Doves con evidenti echi di melodia gaelica, festosa e ottimistica (‘Not everything must end, not every romance must descend, not every lover’s pact decays’). Ma Moffat stavolta è esplicito, vuole proprio che ce ne andiamo col sorriso stampato in faccia, per cui ci prova reinterpretando alla sua maniera il bel classico di Bonnie Tyler “It’s a Heartache”. Non c’è che dire, ci riesce alla grande, visto che a dodici ore di distanza la mia testa di cazzo la canticchia ancora.

Daniele Gherardi

Commenta

Please enter your comment!
Please enter your name here