Apparat @ Circolo degli Artisti [Roma, 4/Novembre/2011]

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Sarà pure novembre, ma a me non sembra novembre. E io sono uno che il freddo lo accusa immediatamente. Sembra stenti ad arrivare il rigido autunno che piace un po’ a tutti: quella fredda stagione in cui si fanno passeggiate per Central Park tutti imbacuccati, con cappelli di lana e copiose sciarpe attorno al collo, tra schiere di alberi che perdono le loro gialle/rosse/marroni foglie agonizzanti (gli stereotipi, una manna dal cielo per chiunque debba scrivere). Sembra insomma che non ci si trovi di fronte ad un autunno che sia autunno, ad un novembre che sia novembre. Ecco, la stessa cosa mi viene da dire su Apparat e, più in particolare, sulla performance esibita dal dj (ora musicista?) tedesco il 4 novembre al Circolo degli Artisti. Bene, quello che si è visto sul palco era Apparat ma non era Apparat. Era il nuovo Apparat, ma il nuovo Apparat non è Apparat.

Biglietti al botteghino finiti prima delle 22.00, eppure la sala del Circolo, in fin dei conti, non si può definire gremita. Il buon Sasha punta sull’impatto iniziale del concerto, e così si spara subito una delle sue cartucce migliori (se non la migliore). ‘Arcadia’, ridotta quasi all’essenziale in sede live, non perde comunque il suo carattere vivo e pulsante: i piccolissimi lampioncini che fanno da scenografia alla band, il silenzio della sala e le opache luci che illuminano il Circolo creano un atmosfera da brividi. Uno spettacolo, un vero spettacolo. Peccato però che lo spettacolo sia durato solo cinque minuti. E poi? Poi è successo che Apparat ha cominciato tirando fuori brani da ‘The Devil’s Walk’, riesumando ‘Rusty Nails’ dal repertorio Moderat e ripescando ancora da ‘Walls’. Tutto però sotto una nuova veste, una veste decisamente moscia. C’è poco da fare, il nuovo Apparat, quello che ha partorito ‘The Devil’s Walk’, ha optato per una scelta molto facile, abbandonando vecchia strada più vicina alla techno per avvicinarsi ad una sorta di indietronica eterea ed ineffabile che sembra fare il verso a Jonsi. Certo, la differenza è che Jonsi su certe sonorità ci lavora dagli anni ’90, mentre Apparat sembra si stia improvvisando. Il risultato, comunque, è piuttosto deludente. L’atmosfera stagna, la band allo stesso modo: naturale conseguenza è che il pubblico cominci a parlare e a divertirsi senza dar troppo peso al concerto. Inutili gli appelli di Sasha, che predica molto gentilmente il silenzio (“Please shut the fuck up!”); il pubblico romano se ne infischia (giustamente) e continua a farsi i cazzi propri, mentre il concerto va avanti senza particolari rilevanti (a parte l’avvento sul palco di due membri dei Warren Suicide agli archi ed un brano, non ricordo quale e mi perdonerete, che sembrava un copia/incolla a dir poco palese di un estratto qualsiasi proveniente da ‘F#A#∞’ dei GY!BE). E l’ottimo bis che Apparat concede assieme alla sua band (ottimo perché sembra un ritorno alle origini, lasciando da parte l’ineffabilità per dar spazio alle pulsioni da dancefloor) non riesce però a salvare un concerto che, inevitabilmente, risulta essere lo specchio dell’ultima fatica discografica del tedesco. Un concerto poco ispirato, poco spontaneo e troppo studiato a tavolino. Insomma, da una parte abbiamo un dj sincero e dalle ottime capacità creative, dall’altra un musicista improvvisato che sembra perdersi dentro le proprie composizioni vuote o, comunque, dalla struttura troppo fragile. Voi per chi optereste?

Stefano Ribeca

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