Any Other @ Le Mura [Roma, 10/Ottobre/2015]

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Hype. Una parola abusata, venuta a noia, ma anche la più indicata da associare al momento degli Any Other, trio capeggiato da Adele Nigro, ex-Lovecats, duo a sua volta molto chiacchierato nella breve stagione che le ha viste incuriosire le folle, prima di separarsi. L’hype, al giorno d’oggi e nella nostra nicchia, è dato soprattutto dall’esposizione sul web, e prima durante e dopo l’uscita di ‘Silently. Quietly. Going Away’, disco d’esordio della compagine norditalica (e della Bello Records), le homepage dei nostri profili social erano tutte un brulicare di condivisioni di brani, recensioni e stati in cui si diceva che era un disco destinato a segnare in qualche maniera questo 2015. Musicalmente ne eravamo piuttosto attratti, ma chi ci segue con attenzione sa che la prova del nove, per noi, è l’esibizione dal vivo. Ed è stato così che, guidati da un’enorme curiosità, ci siamo diretti nel quartiere San Lorenzo. Era importante esserci, non solo per godersi lo spettacolo, ma anche per capire le proporzioni del fenomeno e l’effettivo valore del trio. Al nostro arrivo ci accoglie un parterre de roi che ci fa pensare allo storico concerto del 1976 dei Sex Pistols alla Lesser Free Trade Hall di Manchester: buona parte dei presenti a quel concerto sono poi diventati membri di gruppi (Joy Division, The Smiths, Buzzcocks), qui, al contrario e con le dovute proporzioni, buona parte dei presenti sono già membri di gruppi del sottobosco indie romano. Le Mura è un locale che da ormai cinque anni offre un’ottima programmazione, ma con evidenti limiti strutturali dovuti alla capienza, fattore che talvolta ci ha costretto a qualche sauna indesiderata. Stavolta non succederà, visto che la cornice di pubblico è buona, ma il ragazzo all’entrata non dovrà affiggersi sulla bocca il motivetto Sold Out da canticchiare a chi è arrivato fuori tempo massimo.

L’apertura è dei Flying Vaginas, terzetto shoegaze-senza-esagerare, che con un EP, un LP e una miriade di spettacoli live si è fatto conoscere senza proporre nulla di nuovo, ma facendolo bene. Arriviamo sul finire dello show, giusto in tempo per goderci un paio di pezzi, prima di uscire a fumare, in attesa del secondo live. Giunti all’esterno, notiamo che l’hype, stavolta inteso come chiacchiericcio, continua ad alimentare gli Any Other. Non tutti sembrano saperne molto, ma sono comunque curiosi di vedere e sentire questa cosa di cui si parla tanto. Rientriamo e ci assestiamo in posizione centrale, non così avanti, ma nemmeno all’altezza della porta d’ingresso. Scaleremo posizioni nel corso della performance, visto che in molti non resteranno ai loro posti, attratti dagli economici drink del bar sulla destra, o chiamati a rapporto dalla natura per una sosta alla toilette. Ecco sul palco il secondo trio di serata. La ventunenne Adele, voce e chitarra elettrica, è al centro del palco, con una t-shirt rossa dei Fugazi; ai suoi lati il bassista Marco Giudici (membro di spicco dell’interessante band psych pop The Assyrians) e la batterista Erica Lonardi. Il tour di presentazione del primo disco è giunto alla settima tappa, ma i membri sembrano già del tutto affiatati. Gli arrangiamenti ci ricordano le sonorità indie rock alla Built To Spill e Modest Mouse, ascolti e obiettivi della band. Il sound è internazionale, ma la cosa che più ci fa pensare che gli Any Other possano travalicare i confini nazionali sono i testi – storie prevalentemente malinconiche di una gioventù travagliata – tutti in un inglese non scontato, e sorpresa delle sorprese per una band italiana, con una pronuncia credibile. Altro punto a favore è l’interpretazione della Nigro: i suoi vocalizzi ci sorprendono quando in ‘Something’, primo singolo con un video che strizza un occhio e pure metà dell’altro a ‘Numb’ degli U2, riesce a cantare tutto d’un fiato quello che sul disco era stato inciso in due diversi momenti, proprio a causa del tempo ravvicinato tra una frase e l’altra. Il fiato c’è, così come l’intonazione, ed i pezzi forti non mancano: ‘Gladly Farewell’, ritmicamente da impazzire, sembra contenere al suo interno spunti per almeno tre o quattro brani ed è fatta per restare in testa a lungo, con i suoi cambi di ritmo, così come la profonda ‘Roger Roger, Commander’, il testo più riuscito dell’intero disco e con ogni probabilità quello più autobiografico. Drizzando le antenne ci rendiamo conto che il gradimento dei presenti non tocca soltanto la parte musicale, ma si concentra anche sui membri della band: i gesti d’intesa tra le due ragazze del gruppo e lo stile musicale e non solo della quota azzurra sono argomento di conversazione tra un pezzo e l’altro, segno che l’attenzione è a trecentosessanta gradi sul progetto Any Other e i suoi protagonisti. ‘Silently. Quietly. Going Away’ verrà sviscerato quasi in toto nell’ora di set, con l’unica eccezione di ‘Cold House’, pezzo non nuovo, ma che non ha trovato spazio nella tracklist del disco d’esordio. Le interazioni col pubblico saranno rare e all’insegna della timidezza. La frontman sembrerà quasi dispiaciuta all’idea di deconcentrarsi dalla musica per fare pubbliche relazioni, ma strapperà comunque qualche risata quando verso il termine del live dirà che il prossimo sarà un pezzo funky, prima di ridersela della grossa e dare dei poveri illusi a quelli che ci avevano creduto. Partirà ‘Sonnet #4’, altro testo lungo per una canzone che cresce, passando da una fase iniziale di leggerezza a un moto di rabbia, con il tono di voce e gli strumenti che aumentano di intensità col passare dei secondi, fino a esplodere nell’urlo punk a cappella ‘Do something, please!’, prima di far ripartire la musica e tornare a tonalità più compassate un secondo dopo. Un’altra prova di abilità non indifferente, rimarcata dagli istantanei e istintivi applausi dei presenti. Giusto ‘To The Kino, Again’ ci risulterà indigesta, perché troppo derivativa, ma quando tutti intorno a noi chiederanno un’ultima canzone, ci accoderemo alle richieste, volendone ancora. Se non fosse che lo staff del locale deciderà che la festa è finita, diffondendo un pezzo funky (che la battuta di Adele sia stata un cattivo presagio?) e dando via al solito dj set del sabato sera. Rimarrà il tempo di procurarsi il disco (packaging di lusso, complimenti) al banchetto del merch e di scambiare una battuta con il bassista, tuffatosi fuori a fumare un nanosecondo dopo essere sceso dal palco. Per noi la serata è piena di impegni da onorare altrove, ma possiamo allontanarci con una certezza in più: quelle sul valore degli Any Other non erano solo chiacchiere.

Andrea Lucarini
@Lucarismi