Antony And The Johnsons + Charles Atlas @ Auditorium [Roma, 1/Novembre/2006]

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Nel corpo enorme di Antony si nasconde una farfalla, una Bird Girl pronta a innalzarsi in cieli sconsolati e vibranti. E’ un Wilde Contemporaneo che incontra le “mamas” anni ’50 nell’incarnato caldo di veneri in movimento leggero, ancora una volta trasfigurate dal videoartista Charles Atlas in sculture pittoriche e fotografiche. In repertorio di Antony, volto bianchissimo nascosto dai giochi di luce, è variegato da impulsi jazz, con la piccola orchestra modellata su sonorità più fredde, cristallizzate e in nitido contrasto con quel fiotto denso che è la voce dell’artista inglese: una caverna oscura, profondissima, in cui non è rintracciabile cupezza né virilità che “offenda”: sembra di accarezzare le corde delle interpreti dello swing, delle paladine del blues aggrovigliate in un quadro psichico e visivo irrisolto, della chanson centroeuropea. Come un’ombra poi, si confonde alle immagini monumentali dei visi delle modelle accompagnate da Atlas su dischi girevoli e dallo stesso decomposte e ingigantite sullo schermo, come nella disperata ricerca di una reinterpretazione del corpo, di un’iperrealtà colorata che finisce per costituire una trascendenza illuminata, lontana dalla realtà seriale e quindi più “vera”. All’inizio quei visi sembrano bellissimi, classici, quasi stereotipati, come se fossero persi in un’illusione patinata, nei vezzi capricciosi delle proiezioni personali del cantante: l’uomo che desidera ardentemente “essere” come loro, come una dea unica. L’inglese modulato e chiaro delle canzoni disegna una disperazione autentica che non teme le tracce d’infanzia; gli si affiancano gli sguardi trasognati e ingigantiti nelle labbra, tutte enormi e morbide, delle modelle, e nei loro corpi nudi o accarezzati appena dal vestiario, quella durezza improvvisa di tratti del volto che svelano appena la presenza di transgender. Le ultime due delle tredici bellezze sono invece arte pura: una dai capelli fagocitanti, occhi bistrati, l’anima di cavallerizza sui sentieri caracollanti e pianistici (siamo dalle parti di “Twilight”) che si fa eroina cartoonescamente esaltata da barbagli di pixel. L’altra ha lunghi capelli rossi, rosse le palpebre e l’esterno degli occhi che segna e scava il viso turbato, come sangue pazzo. Riunite nel finale le tredici forme dell’io di Antony attendono sotto un cielo piumato, coccolate dalla voce e dalle mani grottescamente eleganti che ora si appropriano del piano, dominando i sibili irrinunciabili del basso. “Spiralling” è affidata a spirali verde acido di sofferenza effettistica, e la voce tanto leggera nella potenza da rompersi, a tratti, in un’afonia momentanea fusa al resto configura una fiaba, sublimazione incantevole e crudele del teatro dell’assurdo che mutila l’uomo e plasma uno splendido corpo-anima di donna.

Chiara Federico

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