Antony And The Johnsons @ Auditorium [Roma, 3/Ottobre/2011]

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Vorrei poter dire che ho aspettato questo concerto come un bambino aspetta la vigilia di Natale e che il pensiero di Antony Hegarty, una delle voci migliori del secolo, a Roma, all’Auditorium con l’orchestra, ha bloccato la mia esistenza per mesi. La verità è che questo non corrisponde neanche vagamente alla realtà. Me l’ero inafatti quasi dimenticato questo appuntamento, poi è arrivato il 3 ottobre, che fato vuole che coincida anche con lo sciopero dei mezzi pubblici e che le strade di Roma siano pressoché impraticabili. Grazie ad un’abilità di guida che emerge soltanto quando rischio di arrivare in ritardo a un concerto, riesco ad arrivare con 5 minuti di anticipo davanti alla sala (salvo poi disperdermi in ricerca dello sportello per gli accrediti).

Circa alle 21.30 entra in scena l’Orchestra del Teatro Petruzzelli di Bari di bianco vestita, diretta dal fedelissimo Rob Moose (sin dai primi dischi membro dei Johnsons in veste di chitarrista/violinista). Pochi minuti dopo segue Antony che veste una gonna (sempre bianca) ed è coperto da un lungo foulard. La sua entrata è accolta da scroscianti applausi da parte del pubblico già in visibilio ancor prima che il concerto cominci. L’esibizione ha inizio con Hegarty lontano dal suo piano (si siederà in pochissime occasioni) e immediatamente comprendo che non sarà un concerto come gli altri. Potrei provare a spiegare con un numero infinito di perifrasi come mi sono sentito durante i primi pezzi della scaletta ma risulterei eccessivamente celebrativo ma proverò comunque a descrivere le sensazioni nel modo più semplice possibile. L’immensa empatia che si prova ad ascoltare una voce così potente, un timbro così “importante” cantare accompagnato da un’orchestra questi capolavori di dolcezza, malinconia e romanticismo mi ha lasciato senza fiato. Sopraffatto, intimidito, ipnotizzato da questo paffuto travestito che accompagnava la sua stessa voce con movimenti brevi, lievi, fra giochi di luce e di posizioni mentre la fedele orchestra intesseva con impeccabile precisione i preziosi arrangiamenti di Rob Moose e dello stesso Hegarty perfetti per dare continuità ai nuovi e ai vecchi lavori. Non un singolo pezzo di quelli che sono stati suonati mi ha fatto rimpiangere la versione studio, quello che si vive vedendo uno spettacolo del genere dal vivo non è paragonabile neanche vagamente a nessun supporto, neanche al più fedele. Nulla è riuscito a intaccare la perfezione della serata neanche l’improvvisata tribuna politico-sociale del cantante inglese, avrebbe potuto sostenere qualsiasi tesi sarei comunque stato dalla sua parte in quel momento. Antony che canti di se stesso, del suo mondo, della sua esistenza o dell’universale, della natura, di spiritualità rimane un miracolo sonoro, un’epifania, un patrimonio della musica moderna.

Luigi Costanzo

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