Anna von Hausswolff @ Monk [Roma, 9/Marzo/2016]

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Che si tratti di un’occasione solenne lo si percepisce dalla disposizione della sala. Mi han detto che già per il concerto dei Múm due giorni prima erano stati disposti dei pouf per consentire una fruizione visiva e non solo sonora dello spettacolo. Nel caso della formazione islandese, è stata la proiezione di un lungometraggio da loro musicato a giustificare l’ambiente in odor di Auditorium; qui, la motivazione è prettamente legata all’esperienza sonora. Niente visual: a troneggiare è il possente organo di Anna von Hausswolff, che esige un’attenzione particolare alla platea assisa. Svedese insolitamente minuta di Göteborg, Anna è balzata alla ribalta grazie a un album che è un fulmine a ciel sereno nel mare di uscite settimanali: una produzione che difficilmente poteva passare inosservata, a un orecchio attento. ‘The Miraculous’ ha un qualcosa di prodigioso, al di là del facile gioco di parole. Procede tra alti e bassi, non è un capolavoro, ma è un ottimo esempio di come ancora oggi sia possibile realizzare un’opera che ispiri dedizione e pazienza e rivendichi il tempo sufficiente ad assimilarla per goderne appieno. Un po’ come le fatidiche attese per le uscite dei vinili negli anni ’70 e gli ascolti collettivi in casa dell’amico audiofilo di turno col giradischi.

Attorno a lei altri quattro elementi: due chitarre, tastiere e batteria. Spicca l’assenza del basso, reso ridondante dai pedali dell’organo. Un assetto messianico, con la Hausswolff a officiare la funzione. Ad assistere, pochi fortunati, segno che la fama della svedese è ancora molto di nicchia, ma d’altra parte anche questo giova a creare un’atmosfera di raccoglimento e iniziazione. Se già su disco le doti vocali dell’artista saltano subito alle orecchie, dal vivo l’effetto diventa dirompente, con un acuto da far vibrare i vetri delle finestre. Il combo appare concentrato anche se ancora un po’ legato: precisi, accurati, ma un po’ freddi. L’impressione migliora di minuto in minuto e i brani migliori del recente disco non tardano a farsi notare: ‘Discovery’ è un lento mantra che, a partire da un accordo grave di organo, monta fino a disegnare un drone meraviglioso e melodico, come se i Sunn O))) si fossero improvvisamente convertiti alle tastiere. Il lato più dolce della Hausswolff si rivela con ‘Stranger’: come Giulietta scende dal balcone e si avvicina alle prime file, microfono alla mano, a intonare una ballata d’altri tempi, con qualche reminiscenza alla Meg Baird, nel frangente più folk dell’esibizione. Altrove si torna indietro nel tempo e, dal precedente ‘Ceremony’ (titolo quanto mai azzeccato), il gruppo ripesca ‘Deathbed’, manifesto etereo e solenne delle capacità della nordica artista trentenne. È la prima volta a Roma (e credo in Italia) per lei e la band e in effetti un certo impaccio dovuto all’emozione si nota, ché manca quello slancio che avrebbe reso l’esperienza ancora più decisiva. Ma qualsiasi elucubrazione viene spazzata via quando la band si lancia nell’esecuzione di ‘Come Wander With Me/Deliverance’: uno strabiliante monolite di 10 minuti diviso in due parti, in quel cammino in cui Swans e Chelsea Wolfe si incrociano, prendono la Hausswolff per mano e la spingono incontro al proprio destino. Con questo brano la svedese deposita una prima pietra miliare in un’ancora breve carriera, fin qui molto promettente: pezzo da consegnare agli annali, con un finale in crescendo lancinante e definitivo che, pur non raggiungendo le vette d’ispirazione del disco, rimane un punto di rara ispirazione di questa serata. Un unico bis ci viene concesso dopo l’uscita di scena, sufficiente a confermare un convinto thumbs up per questo live per pochi intimi, ma tra i migliori di questo inizio 2016. L’inesperienza e la ritrosia sono tare solo provvisorie e hanno anzi il pregio di lasciar immaginare un futuro più che sorprendente per la Hausswolff.

Eugenio Zazzara

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