Anna Calvi @ St John-at-Hackney Church [Londra, 13/Dicembre/2014]

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Quando torno da Londra mi sento sempre più vecchia di dieci anni, depressa, e sconcertata di fronte all’incontrovertibile evidenza che, come al solito, ho speso più di quanto avrei dovuto. Ma la capitale inglese è così. Ti prosciuga soldi ed energie ma in cambio ti dà la sensazione di essere in un posto dove tutto può succedere. Ogni singola volta che ci sono andata sono successe cose inaspettate, ed è stato così anche stavolta. Quando dicono che se sei annoiato di Londra vuol dire che sei annoiato della vita, beh, è vero. Va detto che negli ultimi anni sono stati pochi i dischi inglesi che mi abbiano davvero colpita, tra le poche eccezioni ci sono i lavori di Anna Calvi. Visto l’hype eccessivo (e fuorviante) che precedette il suo esordio, ignorai questa ragazza col “nome esotico” (ma londinese fino al midollo) per diverso tempo. Poi mi costrinsero ad andarla a vedere al Circolo degli Artisti, e dopo tre canzoni, mio malgrado, diventai una sua fan. L’unicità di questo concerto era garantita dalla presenza dell’Heritage Orchestra e il suo coro (tutto al femminile). Ma è la location che mi colpisce: una chiesa di fine Settecento. I duemila biglietti vanno esauriti in qualche ora, io sono tra i fortunati che riescono a prenderli. Dunque eccomi nel sobborgo di Hackney, che raggiungo la chiesa di St John, bellissima e inquietante, non prima di essermi persa un paio di volte nel cimitero. Quando arrivo c’è già gente in fila, e sembra di stare a “Giochi senza frontiere”. Ci sono persone da tutta Europa, ma prevedibilmente il maggior numero di presenze viene registrato da Italia e Francia. I (pochi…) inglesi incontrati mi sfottono, per fortuna solo ed esclusivamente per motivi calcistici. Ci sta. Entriamo alle sette e mezza, e restiamo tutti senza fiato. L’atmosfera è lugubre, con solo il palco illuminato di rosso. Tant’è che ci sentiamo a disagio a ordinare birra e optiamo per il vino rosso (il peggiore che abbia mai bevuto). Siamo in front row, ma a separarci dal palco ci sono le telecamere richieste dalla Domino Records, che probabilmente farà uscire un DVD della serata. I primi a prendere posto sono quelli dell’orchestra e del coro, seguiti da Anna Calvi e la sua band (che è la solita). Si comincia con ‘The Bridge’, mai suonata dal vivo prima d’ora. Sarà per il posto o sarà per il coro, fatto sta che il risultato è incredibile. La voce è ferma e sicura, ma Anna appare nervosa, molto più del solito, e mi darà quest’impressione per tutta la durata del concerto. Anche i musicisti suonano in modo diverso, quasi col freno a mano tirato. Si capisce da subito che questo non sarà un concerto come gli altri, e la scelta dei brani in scaletta ce lo confermerà. Resteranno fuori molti pezzi conosciuti, sia inediti che cover, per lasciare spazio a quelli ritenuti più idonei a un arrangiamento orchestrale, mentre sarà suonato per intero l’ultimo EP di cover ‘Strange Weather’. In realtà le parti strumentali aggiuntive degli archi non saranno presenti in tutte le canzoni, e non sempre risulteranno così efficaci. Questo live aveva anche un’altra peculiarità. Anna l’aveva presentato enfatizzando molto la partecipazione di diversi “special guests”. La nostra vanta collaborazioni con gente di altissimo livello, dunque erano in molti ad aspettarsi un David Byrne, una Marianne Faithfull, Brian Eno o addirittura Nick Cave. Quindi restiamo tutti molto perplessi per il primo ospite, che è Dave Okumu (“chi?” è il commento più gettonato tra le prime file), che suona e canta in ‘I’m the man that will find you’. Sulla carta il duetto potrebbe anche funzionare, ma in tutta franchezza il contributo del frontman dei The Invisible non è particolarmente incisivo, e la sua presenza resterà impressa più che altro per la camicia improponibile e per il fatto che, vista la non invidiabile silhouette, rischi di cadere sulla batteria quando lascia il palco. La serata decolla (finalmente!) con ‘Papi Pacify’. Anna tira fuori una performance straordinaria sotto tutti i punti di vista, cantando con una sensualità mai ostentata o sopra le righe, al quale si aggiunge il riff killer suonato da Mally Harpaz. Personalmente, al posto di FKA Twigs mi sarei andata a nascondere da qualche parte. Il secondo special guest è Charlie Fink dei Noah and the Whale, che canta la parte dell’ex Talking Heads in ‘Strange Weather’. Va decisamente meglio che con Okumu, ma, con tutto il rispetto, ho in testa la voce di Byrne per tutta la durata del brano. E soprattutto fa un po’ ridere vederlo che legge il testo attaccato sul palco con lo scotch. Lo show è inframezzato da una parte senza la band, e non posso non menzionare il momento in cui Anna ci dice: “Questa è di Bruce Springsteen” e parte ‘Fire’. Io mi emoziono pure quando cantano Springsteen a X Factor, quindi capite bene che fatico a contenere il mio entusiasmo. Per la b-side ‘A kiss to your twin’ viene chiamato sul palco Patrick Wolf, vestito in modo più sobrio di quanto mi aspettassi. Contrariamente agli altri special (?) guests, lui non sembra una persona capitata lì per caso. La sua voce e il suo carisma, in questa occasione piuttosto “contenuto”, alzano decisamente il livello, e se conosco un po’ Anna credo che stesse pensando a lui quando aveva detto che ci sarebbero stati anche “collaboratori futuri”. Il set principale si chiude con ‘Love Won’t Be Leaving’, in cui come al solito assistiamo a un saggio di tecnica chitarristica all’inizio del pezzo, sicuramente meglio live che su disco. Anna saluta e ringrazia, le vengono lanciate delle rose, una delle quali la manca di pochissimo. Torna sul palco e la rilancia al pubblico (“questo l’ho imparato da Morrissey). A conferma del fatto che questo concerto è un “Anna Calvi and friends”, la songwriter inglese chiama sul palco Doveman (al secolo Thomas Bartlett, produttore del suo ultimo EP e al piano in molti dischi belli) che l’accompagna (discretamente) in ‘Lady Grinning Soul’. E’ la chiusura del cerchio, visto che Bowie è la “moral guidance” di Nerds Attack! e anche la sua, che da ragazzina disegnava cuoricini intorno al viso del suo idolo. La sua versione è più spoglia e meditabonda dell’originale, ma d’altronde non è una cover, è una lettera d’amore. E quindi va benissimo così. Non ho scritto molto dell’orchestra, la verità è che la posizione vicina al palco mi ha impedito forse di apprezzarne in pieno il contributo, anche se detto sinceramente mi è sembrato tutto abbastanza pleonastico se non nei primi brani in scaletta e nell’ultimo. Perchè, ci tengo a sottolinearlo, Anna se ne va con grande classe. Si chiude con ‘Eliza’. Ci sono solo la sua voce, l’orchestra e il coro. Non ho mai amato particolarmente questo pezzo, ma in questa veste è tutta un’altra storia. “So che di solito non parlo molto sul palco” ci dice alla fine, per poi ringraziare tutti (col fiatone) parlando al microfono per ben trenta secondi, rischiando anche di dimenticarsi il direttore d’orchestra e noi del pubblico. E andiamo a bere contenti, coi miei amici che mi danno pacche sulle spalle pensando che la scelta dell’ultima canzone in scaletta mi abbia resa in qualche modo più felice (ho rinunciato da tempo a spiegargli che mi chiamo Elisa e non Eliza), e chiedendoci quale sarà la sua prossima mossa. Nessuno azzarda una risposta.

Elisa Fiorucci
Foto di Andrea Barioni

The bridge
Rider to the sea
Sing to me
I’m the man that will find you
First we kiss
Papi pacify
Strange weather
Desire
No more words
Fire
A kiss to your twin
Suzanne and I
Love won’t be leaving
Lady grinning soul
Ghost rider
Eliza

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