Anna Calvi @ Circolo degli Artisti [Roma, 22/Ottobre/2011]

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Questo biondo folletto londinese l’avevamo già visto in concerto ad aprile (leggi), a pochi mesi dall’uscita (gennaio) dall’ omonimo album di debutto. All’epoca si parlava dell’Anna Calvi segnalata dai talent scout della BBC come una sorpresona fortemente voluta da Rob Ellis (già produttore di PJ Harvey) e osannata da un Brian Eno che si era sbilanciato dicendo: “the biggest thing since Patti Smith”. L’estate, intanto, è trascorsa tra esibizioni personali e festival più o meno importanti, come quello imponente di Glastonbury. L’autunno si è aperto con la nomination al Mercury Prize (la kermesse che premia i migliori album di artisti britannici), vinto poi dalla signora del rock alternativo made in UK, Polly Jean Harvey.

Arriviamo dunque ai nostri giorni e al ritorno a Roma del trio composto da Calvi alla chitarra, da Daniel Maiden-Wood alla batteria e da Mally Harpaz alle percussioni, all’harmonium e alla chitarra elettrica di supporto. Il concerto è stato aperto da una band francese firmata Domino Records (l’etichetta di A. Calvi, s’intende…), i Frànçois & The Atlas Mountains. Hanno proposto sei brani, tra cui ‘Piscine’, il singolo del recente ‘E Volo Love’. Sound ricco di percussioni africane e dall’aria, potremmo dire, sciamanico-dance. Niente male, ma la calca (anche questa sera c’è stato il sold out) è tutta per lo scricciolo biondo.

Cambio di palco, qualche minuto di attesa et voilà… entra con i soliti abiti di scena: chignon, rossetto e smalto rosso fuoco, trucco pesante, camicia di raso rossa, pantaloni neri a vita alta che lasciano nude le caviglie chiare, slanciate da tacchi altissimi. Cammina male su quei trampoli, in realtà non si muove troppo, tutto il movimento è dato dalle braccia e dalle mani che accarezzano e al tempo stesso fanno stridere la Telecaster. L’intro è affidata alla strumentale ‘Rider to the sea’, il resto del concerto prosegue per un’ora circa con una scaletta che non propone nulla di nuovo rispetto all’esibizione di aprile: ovviamente (!), diremmo, dato che è il repertorio è sempre quello dell’unico album e delle ‘Attic Sessions’, ovvero le quattro cover, delle quali realizza ‘Wolf like Me’ degli amati TV On The Radio e le due, ‘Surrender’ e ‘Jezebel’, a cui Anna sembra più affezionata. Rappresentano forse un manifesto di poetica tra il cantato lirico-rock di Elvis Presley e lo straziante di Edith Piaf (?).

Nonostante la brevità, l’intensità è stata enorme. La sua formula è semplice e minimalista: batteria, percussioni, harmonium e chitarra. Gli arrangiamenti scarni. Mancano le linee di basso a orientare. Eppure tutto il groove e il ritmo, quasi tribali, primitivi, da trance nel battere sui tamburi e sui piatti, e aperti, allungati in scie sonore dagli innumerevoli strumenti della fascinosa polistrumentista, vanno a inquadrare, a creare un occhio di bue luminoso intorno a quella donna, piccola, carina e timida. La sua voce è scura, potente, penetrante, marchiante. Suona la chitarra lanciando scariche elettriche o travolgendo con pathos mediante arpeggi veloci in stile flamenco ottenuti con un sensuale movimento circolare sulle corde. Per me resta l’artista migliore del 2011, finora. In tre parole: sensualità, passione, intimità.

Lina Rignanese

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