Anna Calvi @ Circolo degli Artisti [Roma, 11/Aprile/2011]

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Anna Calvi è un brillante nell’attuale scontato scenario della musica britannica. Suona la Fender Telecaster come se avesse con essa un’intima relazione. Il suo tocco è magico, profondo, arriva diretto al petto e all’ombelico. Lei stessa definisce la sua musica come essenziale, curata, levigata, senza fronzoli. “I don’t want my music full of crap. I’m quite quiet. I just say something when I have something to say, and my music’s like that as well”. Questo suo aspetto introverso e tranquillo trapela anche dal palco, poche le parole tra una canzone e l’altra, solo ringraziamenti al pubblico, caldo e partecipativo – anche se a tratti rumoroso e fastidioso, e un forte omaggio alla famiglia, con la dedica del brano ‘Love Won’t Be Leaving’. Ventotto anni, cresciuta nella zona sud-ovest di Londra, a Putney (Wandsworth), ha scritto e composto l’omonimo disco d’esordio negli ultimi tre anni, completamente isolata nel seminterrato dei genitori. Ha iniziato a scrivere canzoni e a suonare intorno ai dieci anni, prima il violino, poi la chitarra, desiderata dopo aver ascoltato ‘Space Oddity’ di David Bowie. Fino a qualche anno fa era la chitarrista dei ‘Cheap Hotel’, progetto abbandonato per seguire la strada da solista. Quello che colpisce è la sua riluttanza nel volersi confrontare con la propria voce, solo di recente, infatti, ha provato a migliorarla, lavorandoci su da autodidatta e prendendo ad esempio le voci immortali di Nina Simone, Edith Piaf, Scott Walker. Ora la sua voce è sbocciata ed è diventata vellutata, calda, avvolgente.

Il concerto (sold out) è durato circa un’ora, purtroppo, ma il repertorio della bionda londinese consta delle dieci tracce dell’album oltre ad alcune cover. Nonostante la brevità, il live è stato superlativo, d’altronde anche pochi minuti della sua voce e del suo modo di suonare la chitarra, una via di mezzo tra il ruggito del blues e la delicatezza dell’arpa, riuscirebbero a trasportare l’ascoltatore in un mondo romantico, dove le ferite diventano note e la passione, il desiderio, la solitudine si animano contro i demoni incontrollati delle personali esistenze. Era sul palco insieme alla band di fiducia: la polistrumentista Mally Harpez (armonica, percussioni) e Daniel Maiden-Wood (batteria). Un inizio nella semipenombra con la dark lady romantica in completo scuro, camicia e pantaloni a sigaretta, a imbracciare la sua Fender e a deliziarci con la strumentale ‘Rider to the Sea’. Poi quasi di fila ha eseguito tutti gli altri brani del disco, più la cover di ‘Jezebel’, scritta da Wayne Shanklin e resa famosa da Edith Piaf e quella di ‘Surrender’ di Elvis Presley. Un unico brano concesso per il bis, una ‘Morning Light’ che fa intravedere uno spiraglio di luce tra gli angoli bui. La sua musica è una ferita profonda da cui non occorre fuggire, ma entrarci per scavare tra i meandri più reconditi e cercare dal di dentro la via d’uscita per guarire.

Lina Rignanese

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