Animal Collective @ Auditorium [Roma, 13/Marzo/2009]

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È Venerdì 13. Sono passati almeno un paio d’anni da quando partecipai a un serata del Meet In Town all’Auditorium, ne sono passati quasi tre e mezzo dall’ultima volta che gli Animal Collective suonarono a Roma. Tante cose sono cambiate nel frattempo (per me e per gli AC), l’unica immutata è la sala del Teatro Studio il cui corridoio ci accoglie di già con droni e beat distorti. La sala è quasi completamente buia al mio ingresso, ed è piena solo a metà. Rimarrà così fino alla fine (per rimediare probabilmente bisognerà ritoccare un po’ verso il basso i prezzi dei biglietti al più presto, la crisi colpisce un po’ tutto).

La serata è aperta da Pantha Du Prince che mi ammorba per 45 minuti (di cui salverei solo i 5 minuti centrali, decisamente più potenti e convincenti) con una deep-house senza spessore e condita di glitch e campanellini. Mi spiace per il ragazzo tedesco (credo) ma essere un buon artigiano del suono non basta, quando non si ha del talento. E ormai chi ha talento è veramente difficile che si metta a fare musica elettronica, è roba dell’altro secolo e qualsiasi tamarro vi si può cimentare.

Chi di talento ne ha da vendere invece sono gli Animal Collective (rimasti in tre dopo la fuoriuscita del chitarrista Deakin) che salgono sul palco mentre dietro di loro viene steso un lenzuolone con il disegno del loro ultimo album ‘Merriweather Post Pavilion’ e mentre sui maxischermi scorrono le immagini di un film anni 60 sui surfisti della Pacific Coast: Avey Tare si posiziona al centro, ai lati ci sono Panda Bear e Geologist con l’immancabile torcia da minatore sulla fronte. Si inizia con il brano che rimarrà il capolavoro del concerto, ‘Banshee Beat’ tratta dall’album ‘Feels’ e del tutto reinventata rispetto all’originale: oltre 10 minuti di accordi liquidi e ultraterreni di tastiera con la chitarra che si limita a qualche timida e quasi impercettibile spennata, la quasi completa assenza di qualsiasi strumento perscussivo e il canto di Avey Tare che si fa sempre più accorato fino a raggiungere vette quasi epiche. Non c’è segno di ritmo ma non riesco a non ballare (contrariamente al dj set precedente). Probabilmente questo pezzo rappresenta un’importante tappa nella loro ricerca musicale, paradossalmente ora il loro caratteristico tribalismo è più marcato che mai ma è insito nell’armonia dele tastiere fluttuanti di Panda Bear, non c’è più bisogno di tamburi e di riti carnascialeschi. Mentre il pezzo sfuma il pubblico prova ad applaudire (io in realtà vorrei proprio abbracciarli) ma non ci riesce perché dalle sue ceneri sta già nascendo il sottofondo per le melodie neo-psichedeliche di ‘Also Frightened’ dove le voci di Avey Tare e Panda Bear si combinano incredibilmente (come facciano a cantare in maniera così pulita in mezzo a tutti quei “rumori” è un mistero). Il brano però dal vivo perde un poco rispetto alla perfezione formale nella versione da studio, ed è un po’ quello che succede a quasi tutti i brani estratto dal meraviglioso ‘Merriweather Post Pavilion’, forse troppo ricercati per essere riprodotti da sole tre persone dal vivo: tra ‘My Girls’, ‘Guys Eyes’, ‘Lion In A Coma’, ‘Brother Sport’ e ‘Summertime Clothes’, il più convincente nella versione live rimane quest’ultimo che forse è quello più semplice ed è riuscito a mantenere intatta la sua spensieratezza (che è un po’ il sentimento che è mancato di più in questo concerto, per l’assenza dei brani più cazzoni dei nostri come ‘Grass’, ‘Chores’, ‘Slippi’, ‘The Purple Bottle’, ‘Peacebone’). Tra gli altri pezzi suonati (non molti altri a dire il vero) spiccano la lunghissima cavalcata del medley ‘Lablakely Dress/Fireworks/Essplode’ in cui Panda Bear si diverte non poco alle percussioni e soprattutto un brano inedito che alcuni fan dicono intitolarsi ‘Blue Sky’, altri ‘What Would I Want Sky’, un 7/8 nella cui seconda parte Avey Tare canta una melodia martellante alla Verve mentre una voce campionata (stile Moby dei bei tempi che furono) ripete sempre le stesse cose: praticamente qualcosa di completamente diverso, magari una nuova direzione verso la quale gli Animal Collective stanno puntando oppure semplicemente un bel gioco.

Daniele Gherardi

4 COMMENTS

  1. Davvero grandi! li avevo ascoltati lo scorso anno al Primavera ed era stata tutta un’altra cosa, Strawberry Jam era più danzereccio, ma la magia creata al Teatro Studio è inarrivabile: i pezzi nuovi suonano benissimo (mi ha un po’ deluso solo “Brother Sport”) e il loro essere in tre li fa sperimentare molto. La mia preferita è stata Fireworks, un’esperienza…
    Avrei voluto sentire The Purple Bottle e altre da Feels, ma sono andato via comunque soddisfatto!

    P.S. Purtroppo il prezzo dei biglietti non c’entra nulla, era andato tutto esaurito da una decina di giorni e molta gente è rimasta fuori! Penso che all’Auditorium facciano solo attenzione alle norme di sicurezza col risultato che la sala era mezza vuota: un peccato.

  2. Ci sono molte band che fanno della musica esperienza.
    Gli animal collective credo siano stati i primi ad aver fatto il contrario, ma senza trucco o inganno.
    Qua c’è gente che crede di fare qualcosa di originale comprandosi un mac e smanettando a cazzo di cane, ma non è così che funziona, e gli AC lo sanno bene, così come lo sapevano i Floyd 40 anni fa.
    Sarebbe ora che questi sedicenti dj da quattro soldi imparassero che un mezzo non rappresenta mai un fine, ma un’estensione delle proprie capacità.
    Ora sto gruppo è nel centro del mirino perchè qualcuno s’è accorto che valgono qualcosa, ma se la loro lezione non ci è servita a niente allora faremo meglio a buttarli i loro dischi.

    Detto questo, odio i nerd.

  3. Noi odiamo invece chi non accetta un giudizio “distante” dal proprio, un punto di vista diverso da quello personale. Grazie.

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