Andy Stott @ Warehouse [Roma, 31/Gennaio/2015]

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Le possibilità dell’esistere passano soprattutto attraverso quei piccoli spiragli che sono fatti di fiducia negli sconosciuti. Dovremmo farci tutti un paio di domande se gli ignari paganti che sono entrati al Warehouse dopo la fine del concerto siano stati di numero sproporzionatamente maggiore rispetto ai partecipanti del piccolo ma bellissimo rito. Un rito che questa volta ha avuto uno sciamano che risponde al nome di Andy Stott, una citazione immancabile in una discussione sullo stato dell’arte dell’elettronica. Quando arrivo e parcheggio la macchina c’è già quel po’ di nebbia dovuta al freddo che fa già atmosfera da sé. Ad attirarmi e risucchiarmi dopo il mio ingresso è la sala più piccola e più buia. Vedo che è abbastanza piena di persone. Sul palco una faccia simpaticissima accompagnata da una maglietta con uno Stormtrooper sistema la sua console con annessi marchingegni. Stott ha appena finito i suoi ultimi preparativi, e io per una volta non arrivo né troppo presto né troppo tardi, penso.

È tutto pronto: incoraggiato da un caloroso abbraccio fatto di applausi inizia la liturgia. 
Il suono che esce dagli altoparlanti sembra del fumo per quanto è rarefatto. Indolentemente comincia a pulsare la gran cassa, pesante ma morbida: colpisce, perfora, penetra e poi trapassa i corpi. Le basse frequenze lentamente sprofondano e fanno sprofondare, fanno indagare i meandri delle grotte dell’anima. Il proseguire dei battiti dritti techno è accompagnato dalla carezza eterea della voce femminea, come in una atavicità aporetica che da sempre dilania e separa. Siamo in quel solco fra puls(az)ioni ctonie e un outer space digitale fatto di squisite diaspore elettroniche; in quel limbo tra decostruzioni post-punk, propensione marcata per il sound design di attitudine ambient e fascinazioni industrial. Infatti Stott è soprattutto mancuniano, a differenza di altri act contemporanei e connazionali come ad esempio il primo Burial, che si affaccia più sul versante narcolettico metropolitano, iperurbano, periferico, non primordiale. L’artista d’oltremanica è immerso nella sua musica e la sua materia granulare incalza, diventando man mano più aggressiva, la cassa dritta si fa trapano e martello in cui però coesiste sempre quella certa morbidezza, i beat scavano ma sono al contempo palpabili, pastosi. Poi le finora solamente accennate suggestioni più oscure finalmente vengono a galla: l’ingresso in scena di quattro performer, che in una danza coerente, significativa, stupenda, rendono ancora più sinestetico ciò che fino ad ora era stato solo musica. E le allucinazioni si fanno più vivide. Come a manifestare la dicotomia fra consistenza ed inconsistenza dell’esserci che passa attraverso il movimento: uno scomparire e riapparire, uno sprofondare per poi riemergere. Il set prosegue in territori house e addirittura jungle e la performance dei danzatori si alterna fra frenesia anarchica e precisione chirurgica. Poi tutto finisce. Forse un po’ di fretta. Emergono i piccoli rammarichi: la durata troppo corta del set e soprattutto il finale, che Stott non gestisce in maniera eccellente. Perché non giostrare meglio il climax di emozioni, non far risvegliare i presenti ad esempio con il respiro meraviglioso quasi dream-pop di ‘Faith in Strangers’? Ringraziamo comunque LSWHR per essere una realtà al passo e averci portato il producer inglese. Lo sguardo della statua di Modigliani. Fra il bianco e il nero dei palazzi industriali decadenti e quello spiraglio fra le tende mosse dal vento. Non era già un invito silenzioso?

Kenta Nakahashi