Andrew Bird @ Auditorium [Roma, 19/Ottobre/2010]

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Nell’accogliente sala Petrassi sul palco ci sono solo tre amplificatori Fender e altrettanti microfoni. Il tutto fa però pensare che ad usarli sarà il solo Andrew Bird, senza l’ausilio di alcun musicista. Infatti è proprio lui che pochi minuti prima di iniziare posiziona sul palco anche un piccolo xilofono, una chitarra elettrica e il suo inseparabile violino. Inizialmente ci rimango un po’ male, non sono mai stato un patito delle esibizioni in stile one man band. Vengo però folgorato dall’apertura in cui, con l’uso di una serie di loop machine, riesce da solo a costruire le fondamenta di un brano in modo sublime con dei tintinnii, dei sussurri, qualche delicato fischio e poche corde pizzicata. Quando entra il violino a farla da padrone, la base del brano ha già raggiunto una struttura talmente elaborata da chiedersi come abbia fatto. Un ampio sorriso nasce spontaneamente sul mio volto e tutte le mie perplessità iniziali sembrano spazzate via. Purtroppo non dura a lungo. La maggiorparte dei brani verrà eseguita in questa modalità, che però, a dispetto dell’impressione iniziale, si rivelerà più che altro una prigione per il nostro amico di Chicago che, costretto a divincolarsi tra i vari strumenti in maniera frenetica (“sbrigarsi a mettere il capotasto alla chitarra alla metà della terza battuta per eseguire la frase da mandare in loop al punto giusto prima di passare allo xilofono, suonare una terzina, contare fino a due e mezzo e poi premere il pedale col piede sinistro”), finisce nel cimentarsi in un compito improbo, svilendo così in parte il suo enorme talento.

Ne verrà fuori un concerto discontinuo, a volte spigoloso all’ascolto per via della inevitabile mancanza di fluidità di certi passaggi. Non si può comunque non rimanere impressionati dall’abilità e padronanza nell’utilizzo del violino (suonato a turno come fosse un banjo, una chitarra, un violoncello, un mandolino, un basso e a volte addirittura come un violino) e dalla straordinaria organizzazione mentale usata ogni volta per la costruzione dei brani che non avviene quasi mai in maniera lineare, ma piuttosto attraverso fraseggi (e silenzi, altrettanto importanti) che, per accumulazione, a volte si intersecano creando astruse forme geometriche e una inaspettata suggestione math (come ad esempio nei casi di ‘Oh Baltimore’ e soprattutto di ‘Why?’). Altri brani invece sono molto più lineari e rilassati (‘Natural Disaster’, ‘A Nervous Tic Motion of the Head to the Left’, ‘Oh No’) e sono necessari ad Andrew per rifiatare e prendersi una pausa mentale. C’è anche spazio per la proposta di un paio di nuovi brani che faranno parte dell’album strumentale ‘Useless Creatures’ in uscita nei prossimi giorni (in realtà già presente come bonus CD nell’edizione deluxe dell’ultimo ‘Noble Beast’), in cui però in certi momenti si rischia di scivolare più o meno pericolosamente, a seconda dei punti di vista, verso sonorità e architetture alla Antonio Vivaldi (‘Carrion Suite’). Dopo i bis ci si alza con la sensazione di aver assistito a un concerto sotto le aspettative iniziali (molto alte a dire il vero, perlomeno le mie), penalizzato pesantemente dall’ardua modalità di esecuzione, ma con la speranza di riuscire ad assisterne a un altro, in un futuro più o meno prossimo, con un’orchestrazione più adeguata al calibro di cotanto artista.

Daniele Gherardi

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