Andrea Appino @ Hiroshima Mon Amour [Torino,19/Aprile/2013]

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Venerdì ha fatto tappa a Torino il tour di lancio del disco ‘Il Testamento’ di Andrea Appino, alla sua prima prova da solista, lontano dalla realtà che lo ha imposto al grande pubblico con gli Zen Circus. Il cantante toscano ha forgiato un’opera musicale partendo dalle esperienze vissute e creando delle realtà che, anche se fittizie e cristallizzate, riescono a descrivere l’odierno stato di sospensione e vacuità dei nostri tempi. Con questo pesante ma liberatorio fardello sul groppone ha deciso di portare in giro per lo stivale la sua musica e, forse con maggiore vigore, le sue significative parole. Per dare energia e vigore alle sue rime, Appino ha deciso di affidarsi a dei musicisti d’eccezione: per la parte ritmica si affida alla potenza del duo propulsore de Il Teatro degli Orrori e quindi a Franz Valente alla batteria e a Giulio Ragno Favero al basso e alla programmazione, mentre alla seconda chitarra e alle tastiere c’è Enzo Moretto degli …A Toys Orchestra. E’ chiaro che, tramite questa scelta, Appino ha voluto dare una decisa e univoca impronta punk-rock dimostrando di non volersi ancora liberare dalle gestualità che lo hanno fatto arrivare fino a qui. Ma, giunti a questo punto, urge un breve inciso: non ho seguito, o comunque l’ho fatto in maniera forse troppo marginale, il percorso degli Zen Circus; non ho ascoltato interamente i loro album; non sono riuscito a vederli dal vivo e, per correttezza, non ho voluto affrontarli prima del concerto a fini di mera completezza. Il momento del loro ascolto verrà quando sarà maturo il tempo. Ora è il tempo di Appino, del suo percorso da solista, del suo punto di vista; è il momento di astrarsi dalla figura del front-man band per assurgere al ruolo di cantautore rock, veste che, secondo il marginale giudizio dell’autore, gli calza a pennello.

Ma andiamo ai fatti. Ad ospitare il passaggio in città del cantante pisano è stato scelto un locale storico delle città come l’Hiroshima Mon Amour che, anche per colpa della sua grandezza e della selvaggia novità del progetto, non è riuscito a riempiersi come avrebbe forse meritato, ma che ha reso probabilmente più piacevole, per i circa duecento spettatori, la godibilità dello spettacolo. Spettacolo che è stato vissuto in maniera molto partecipe dal pubblico che non si è risparmiato ed ha ballato e battibeccato amichevolmente col cantante in più di una occasione. La serata è stata aperta dalla band The Crazy Crazy World of Mr. Kubrick, o almeno così come era riportato nella locandina. Purtroppo non ho nessuna memoria del loro intervento a causa del mio tardo arrivo al locale. Mi scuso, augurandomi di rimediare presto. Ma sono già le 23:30 quando parte una musica registrata , e qualche minuto dopo appaiono i quattro sul palco. L’ouverture, e tutta la prima parte del concerto, è lo sparo di un fucile a canne mozze, si gioca per non dar corda all’avversario. Il messaggio è chiaro: c’è voglia di far tremare le pareti. Quindi la partenza, se non in grande stile, è di certo ad alto volume. Ma questo è solo l’inizio, solo una parte dello show perché da li a poco la rabbia rock dell’esordio lascia il passo a note più dolci e agrodolci: Valente si ferma, controlla la posta e aspetta il prossimo brano; Moretto insiste sul sinth e Favero sembra chetarsi, mentre il nostro protagonista cambia chitarra. E allora capisci che ci siamo addentrati in quella parte del disco dove le canzoni sono meno frenetiche e, forse, anche più significative. Proprio su questo tappeto elettrico da un lato e acustico dall’altro, steso sulle nostre teste, che si dirama la voce di Appino, a metà tra un Finardi incazzato e un giovanissimo De Andrè degli esordi, tra un punkettone alla stregua di Giovanni Lindo Ferretti e un qualcosa di assolutamente originale che spariglia le carte sul tavolo, rendendo arduo il compito di descrizione e catalogazione di genere.

Così, dopo qualche citazione, svariate introduzioni ai brani, domande e risposte al pubblico pagante per la durata complessiva di un’ora, la musica sembra finita, gl’amici se ne vanno, o almeno fanno finta, mentre dal nulla giungono ben chiare le note della Marsigliese a salutare la fine dello spettacolo. Dopo qualche minuto, giusto il tempo di metabolizzare questa follia, Appino si ripresenta sul palco tra gli applausi, con a tracolla una chitarra acustica e un’armonica: c’è il tempo per un ultimo regalo, anzi, due regali acustici, di cui il secondo è la dylaniana “festa della liberazione” dalla lunghissima e noise coda finale con Favero, Rossetto e Valente richiamati per celebrare il commiato con una bella burrasca elettrica. Finito il concerto, giunge il tempo di tirare un po’ le somme. Appino ha ben armato il suo braccio, e il messaggio che vuole imporre è carico di significato e di buone intenzioni. Il suo è un esordio atipico perché possiede la forza del grande progetto ma anche il tono allegro e canzonatorio di qualcosa di piccolo e sotterraneo. Se si dovesse trovare una critica, la si potrebbe ricercare nella rischiosa impresa di voler mettere il piede in più scarpe, nella foga di voler essere sia un cantautore che una rockstar, peccando forse un po’ di presunzione nel non decidere, provando a far tutto. Ma sono peccati veniali, quasi da Pinocchio, perché si può restare sia impressionati dall’attitudine elettrica del progetto o restare innamorati dalle parole espresse nei suoi versi, carichi di un disagio e di una voglia di reagire che colpiscono e inducono a riflettere. E’ dunque davvero difficile non restare impressionati, e questo è un risultato che non si può cancellare e che rappresenta un felice indizio di come ci troviamo di fronte a qualcosa di nuovo e diverso. Sentiremo ancora parlare di lui e sono convinto che, da qui ad un paio d’anni, il progetto riuscirà a conquistare folle sempre più numerose e convinte delle grandi doti poetico-musicali di questo laconico e ironico menestrello della nuova musica italiana.

Gerri J. Iuvarra