Andre Williams @ Georg Best Club [Cesena, 22/Ottobre/2010]

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La curiosità è lecita: riuscirà Andre Williams, classe ’36, leggenda  punk blues nera e americana a trasformare Montereale di Cesena, per una sera, in una provincia dell’Impero di Alabama? Esco di casa, salgo in macchina, mi infilo in autostrada e decido di verificare di persona. Arrivo al Georg Best Club zigzagando tra i colli Malatestiani. L’atmosfera nel locale è piuttosto caotica: un’unico stanzone, lunghe tavolate di ragazzi che bevono e sgranocchiano e non pochi sguardi tipo giochiamoci la donna bianca a singolar tenzone, braccio di ferro o birra e salsicce. Mi vengono in mente un poco anche le pomeridiane in discoteca: in pista i soggetti più audaci, gli altri intorno a guardare con le mani in tasca oppure il bicchiere in mano oppure le braccia conserte. E’ un bellissimo localino Bob avrebbe detto qualcuno in un film qualche annetto fa. Ma stasera siamo qui per la musica. Ad aprire le danze ci sono i canadesi Big John Bates & The Voodoo Dollz, ovvero un trio psychobilly e un duo di ballerine burlesque con parrucche da antico lupanare romano. Dunque chitarroni, tatuaggi, signorine discinte e sguardi assassini. Tutto secondo copione insomma. Ma il loro set lunghetto e piuttosto monocorde scorre via innocuo come gli shortini di rum e Jagermeister che Big John & Co si scambiano fraternamente sul palco ed evapora leggero e senza colpo ferire con il fumo delle smoke machines.

Yawn. Un breve cambio di palco e già dalle note di introduzione della band di Williams, The Goldstars, ci si accorge che la musica è diversa. Il power trio ha un sound spietato e il colpo d’occhio è perfetto: il batterista sembra un membro dello staff elettorale di Kennedy, il chitarrista una comparsa di “Peggy Sue si è Sposata” e il bassista un oriundo brit in vacaza negli States. Arriva anche Andre, avvolto nel primo di tre coraggiosi e improbabili completi – broccato a fiori, poi simil gangster infine totalmente scarlatto – che alternerà nel corso dell’intera serata. Settantaquattro primavere, civettuolo e tonico come un adolescente, Williams è li a dimostrarci che le differenze contano, contano eccome. Il ragazzo in questione è un’icona piuttosto fedele dell’antico adagio del musico iconoclasta, e per avere una vaga idea del personaggio e delle sue alterne vicende suggerisco la visione del documentario “Agile Mobile Hostile”. Ma stasera ce l’abbiamo in carne ed ossa. E quel che più colpisce, al di là della gran voce e delle canzoni spesso molto belle, è la presenza. E lo spirito. Questo vecchietto dimostra a tutti in ogni gesto, in ogni sfumatura vocale, in ogni accenno di danza che lui c’è. Ora. Che questa è la sua vita. Ed è sempre incredibile vedere come la musica, quando non è pantomima, davvero scintilli e comunichi. Non importa dove siamo. Non importa con chi siamo. Quel che importa è chi siamo noi. Gli altri se ne accorgeranno di certo. Ogni musicista di sincere aspirazioni dovrebbe vedere almeno una volta un concerto come quello di Williams. Almeno una. Ed anche se le sfumature di nero a cui sono personalmente più sensibile sono quelle di Manchester e Basildon, devo dire che stasera questo gita fuori porta dalle parti di Chicago aveva decisamente il suo perché.

Giuseppe Righini

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