And So I Watch You From Afar + Gallops @ Traffic [Roma, 4/Aprile/2013]

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Un tempo si sarebbe trattato di rock progressivo. Ora, in tempi di mescolanze, innesti e remiscelamenti di materiale d’annata e non, contiene quel tanto di irruenza punk-hardcore per cercare di farlo suonare nuovo alle nostre orecchie. Gli And So I Watch You From Afar (nome post-rockissimo, ma di uno dei generi più chiacchierati degli ultimi quindici anni mantengono solo il gusto per certe cadenze e settime) su disco mi sono suonati subito come una specie di violento accoppiamento tra Emerson, Lake & Palmer e band come i Dropkick Murphys. Impressione corroborata dalla maglietta di un ragazzo tra il pubblico con il logo della band del Massachusetts. Questi quattro ragazzi sono però di Belfast e sono il frutto di una commistione culturale quasi surreale: residui di melodie celtiche velocizzate in senso progressivo e montate su una nave da guerra battente bandiera Black Flag. Aggiungete che sono conciati come gli Ska-P e il gioco è fatto.

Ben due gruppi d’apertura in questa serata al Traffic nella sua ormai non più tanto nuova sede sulla Prenestina. Già alle 21.45 iniziano a suonare i Rui Costa. Di loro abbiamo già parlato l’anno scorso, quando aprirono per David Pajo. Rispetto a un anno fa, la band si è arricchita del contributo di un tastierista, la cui presenza si fa sentire, arrivando quasi a imporsi sulle note del chitarrista. Canzoni da tre-quattro minuti ciascuna delle quali potrebbe contenerne potenzialmente altre dieci, questa giovane band di Roma ha dalla sua una coesione e una tecnica non banali: basso e batteria, in particolare, determinano la progressione e la presa dei brani, e mostrano un’apprezzabile sintonia tra di loro. Il chitarrista da una mano spesso anche in fase ritmica, lasciando al tastierista l’onere di fornire uno sprazzo di melodia a questo math-rock preciso, puntuale ma a tratti anche inorganico e freddo. La voglia di cambiare ritmo e registro continuamente da quasi assuefazione, impedendo alla band di inquadrare i brani in una linea melodica godibile per più di trenta secondi e nuocendo un po’ alla sostenibilità dell’esibizione. Ma questi sono gusti miei: ciò non toglie che si tratti di un gruppo di alto livello per il nostro panorama.

A seguire, i gallesi Gallops. Qui navighiamo in acque dub-dance, pur sempre partendo da un’impostazione decisamente rock. I quattro puntano a beat quadrati e marziali, scanditi da un batterista animalesco e dalle smorfie schizofreniche che detta il ritmo a chitarre e synth. Niente basso: è il tastierista a farne le veci ma, per questo tipo di musica, la mancanza si sente. Tutto sommato, si fanno apprezzare e la loro mezz’ora scivola via senza intoppi.

Alle 23 inoltrate, salgono i protagonisti della serata. Si parte con il secondo pezzo dell’ultimo ‘All Hail Bright Futures’: ‘Big Things Do Remarkable’. Un riff alla Emerson viene scandito dai colpi secchi e precisi della batteria, che fanno da preludio a uno pseudo-ritornello (quasi ridotta a zero la presenza della voce nei loro pezzi) che, se su disco mantiene una certa dinamica, dal vivo diventa una specie di mitragliata implacabile e dai toni marcatamente hardcore. In generale, l’approccio della band dal vivo risente molto più di un certo retaggio punk rispetto alle registrazioni su disco, dove la componente progressiva e dreamy riesce a conquistarsi uno spazio maggiore. A farla da padrone sono i brani dell’ultimo lavoro, tra i quali viene annunciata ‘Ambulance’: circonvoluzioni chitarristiche inframmezzate da esplosioni hardcore. Che è un po’ la cifra complessiva del concerto di stasera. I quattro si pongono in modo molto amichevole, soprattutto il chitarrista sulla destra (credo si chiami Rory), che spesso e volentieri cerca il rapporto con il pubblico. Durante l’esecuzione dei pezzi, si saltella allegramente da una sponda all’altra del palco, ispirati dal piglio aggressivo che i brani assumono dal vivo e, d’altronde, hanno il physique du rôle per risultare credibili nei loro scorrazzamenti. Nei tre dischi che finora costellano la loro carriera, si riscontra distintamente la tendenza a emanciparsi da stilemi più legati all’hc, che contraddistinguono il primo disco, arrivando all’”orchestralità” del terzo e ultimo album. Dal vivo invece, tutti i brani passati e recenti finiscono in una specie di centrifuga che fa loro assumere connotati più omogenei: in poche parole, gli ASIWYFA spingono l’acceleratore sui tratti più rumorosi e d’impatto, tendenza che accomuna tantissimi gruppi dalle caratteristiche più varie. D’altro canto, dal vivo ci può stare. Solo, magari, l’impressione finale è che si finisca per appiattire tutto lungo una linea che ha il noise quale approdo finale e per nascondere, nei casi peggiori, pecche facilmente eliminabili in studio. Ma quest’ultimo non è il caso dei quattro di Belfast, evidentemente. Solari.

Eugenio Zazzara